Oggi Gaza entra nelle notizie in punta di piedi. Una riga, un aggiornamento fra altro. Un luogo dove l’orrore ha smesso di sorprendere
Oggi Gaza entra nelle notizie in punta di piedi. Una riga, un aggiornamento, un dato incastrato fra altro. Nessun titolo grande. Nessuna parola nuova. È il segno più chiaro di ciò che è diventata: un luogo dove l’orrore ha smesso di sorprendere.
Nelle ultime ventiquattr’ore arrivano notizie che un tempo avrebbero imposto silenzio. Pazienti che attendono evacuazioni che restano sulla carta. Ospedali che continuano a funzionare per inerzia, finché regge il carburante rimasto. Valichi che rallentano, poi si fermano, poi forse riaprono. Tutto raccontato con il tono dell’aggiornamento tecnico, come se fosse manutenzione ordinaria. Gaza scorre così, come un bollettino amministrativo.
La trasformazione è compiuta quando la tragedia diventa sfondo. Le cifre smettono di essere scandalo e diventano contesto. Le parole si accorciano, si asciugano, perdono attrito morale. Si parla di “fasi”, di “meccanismi”, di “attese”. La fame resta fame, il dolore resta dolore, ma il linguaggio lo addomestica. L’assedio continua, però entra nel lessico della normalità.
Questa assuefazione riguarda chi decide, chi racconta, chi legge. Riguarda tutti. Quando ogni giorno somiglia al precedente, il presente perde urgenza. Gaza viene percepita come una crisi stabile, una sofferenza gestibile, un problema cronico. In questo spazio anestetizzato l’eccezione scompare. Restano vite sospese, senza scatto, senza svolta, senza rottura.
Oggi, a Gaza, accade esattamente questo: nulla interrompe il flusso. Ed è proprio questa continuità a fare più paura. Perché un orrore che scorre senza più fare rumore diventa parte dell’arredo del mondo. E quando succede, guardare smette di bastare.
Fonte lanotiziagiornale.it di Giulio Cavalli
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