Dalla pagina Facebook del Movimento Siciliano d’Azione
“Stefano Cirillo,
Lei racconta il “Mostro” come se fosse una vittima del sospetto, un perseguitato dall’invidia, un’anomalia morale in un mondo ingrato. Il problema non è il “Mostro” che Lei racconta. Il problema è la favola che ha scelto di scrivere per assolvere un sistema che conosce fin troppo bene.
Il Suo testo è un esercizio di retorica accurato: ironia gentile, tono compassionevole, martiri immaginari e santini laici. Ma sotto la superficie resta la vecchia politica, quella che scambia la presenza per virtù e la disponibilità per giustizia. Quella che amministra il bisogno invece di eliminarne le cause. Quella che chiama umanità ciò che, nei fatti, è gestione privata del consenso pubblico.
Noi, invece, vediamo un metodo politico preciso, antico, collaudato, e tutt’altro che innocente.
Il Suo testo non è un atto di difesa: è un’operazione di legittimazione. Lei non sta spiegando un uomo, sta assolvendo un sistema.
Dietro la retorica dell’ascolto, della disponibilità, del “dire sì a tutti”, si nasconde il cuore vero di quella cultura politica che ha devastato questo Paese: la gestione personalistica del potere, dove l’accesso ai diritti non è garantito, ma concesso. Dove non conta ciò che sei, ma chi conosci. Dove non esiste uguaglianza, ma graduatoria informale di prossimità.
È qui che il Suo racconto inciampa nella storia. Perché ciò che Lei descrive con toni zuccherosi ha un nome preciso, scolpito nella Prima Repubblica: Manuale Cencelli.
Il Cencelli non era solo una tecnica di spartizione interna ai partiti. Era — ed è — un modello di potere: cortesie agli amici, favori agli amici degli amici, spazi chiusi a chi non appartiene alla cerchia, esclusione sistematica di chi non ha le stesse opportunità di accesso. Un sistema che non elimina il conflitto sociale, lo anestetizza.
Non garantisce diritti, li distribuisce. Lei sa bene che quel modello non è mai morto. È sopravvissuto alla fine formale della Prima Repubblica, è stato riciclato nella Seconda, mascherato da civismo, da umanità, da “politica tra la gente”. E oggi, con imbarazzante continuità, viene riproposto come virtù.
Chiamiamolo con il suo nome: un sistema para-mafioso, non perché spara, ma perché seleziona. Non perché minaccia, ma perché decide chi entra e chi resta fuori. Non perché uccide, ma perché condanna all’invisibilità chi non è utile.
Lei parla di aiuto ai deboli. Ma il debole che non ha contatti non esiste nel Suo racconto. Lei parla di disponibilità totale. Ma la disponibilità senza regole è arbitrio politico. Lei parla di trasparenza. Ma la trasparenza senza criteri è potere discrezionale.
E non ci venga a raccontare che tutto questo appartiene al passato.
Perché se oggi siamo alla Terza e alla Quarta Repubblica, è solo perché avete continuato a riprodurre lo stesso schema, cambiando linguaggio ma non sostanza. Stesse pratiche, stessi meccanismi, stesso imbarazzo.
La verità, Sig. Cirillo, è che chi dice sempre sì non governa: amministra relazioni. Chi è ovunque non trasforma nulla. Chi non rompe mai gli equilibri li protegge.
Noi non contestiamo le persone. Noi rompiamo il mito che Lei tenta di perpetuare: quello della bontà come alibi politico, della carità come surrogato dei diritti, della presenza come sostituto della giustizia.
La Sicilia non ha bisogno di nuovi Cencelli travestiti da umanità. Ha bisogno di regole uguali per tutti, di scelte nette, di conflitto politico vero.
Per questo la Sua narrazione non ci commuove. Perché dietro il “Mostro” che Lei difende c’è la continuità di un sistema che noi vogliamo spezzare.
Fine dell’agiografia. Adesso, se davvero vuole parlare di politica, parliamo di responsabilità storiche.
Movimento Siciliano d’Azione”

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