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Disabilità e lavoro, spunta un decreto che sposta l’inclusione fuori dalle aziende

Last updated: 22/01/2026 6:53
By Redazione 88 Views 6 Min Read
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Con la legge 198/2025 le imprese possono esternalizzare fino al 60% delle assunzioni obbligatorie. Il lavoro resta, l’inclusione scompare

Contents
I numeri dell’esclusione normalizzataInclusione per procuraSi precisa: La pubblicazione di un articolo e/o di un’intervista scritta o video in tutte le sezioni del giornale non significa necessariamente la condivisione parziale o integrale dei contenuti in esso espressi. Gli elaborati possono rappresentare pareri, interpretazioni e ricostruzioni storiche anche soggettive. Pertanto, le responsabilità delle dichiarazioni sono dell’autore e/o dell’intervistato che ci ha fornito il contenuto. L’intento della testata è quello di fare informazione a 360 gradi e di divulgare notizie di interesse pubblico. Naturalmente, sull’argomento trattato, caltanissetta401.it è a disposizione degli interessati e a pubblicare loro i comunicati o/e le repliche che ci invieranno. Infine, invitiamo i lettori ad approfondire sempre gli argomenti trattati, a consultare più fonti e lasciamo a ciascuno di loro la libertà d’interpretazione.

Tu guarda, a volte, le coincidenze. Succede con la legge 29 dicembre 2025, n. 198, pubblicata in Gazzetta ufficiale il 30 dicembre, dentro un decreto che prometteva sicurezza sul lavoro e che invece, all’articolo 14-bis, riscrive una parte centrale del diritto al lavoro delle persone con disabilità. Si riscrive alleggerendo un obbligo per le imprese e appesantendo, come effetto collaterale, le vite di chi da quell’obbligo avrebbe dovuto trarre inclusione.

La modifica riguarda la legge 68 del 1999, quella che aveva introdotto il collocamento mirato come strumento per portare le persone con disabilità dentro le aziende ordinarie, valutando capacità residue e adattamenti necessari. Fino a ieri, nelle aziende con più di cinquanta dipendenti, la quota di assunzioni “esternalizzabili” tramite convenzioni con soggetti terzi era fissata al 10 per cento. Dal 1° gennaio 2026 quella soglia sale al 60 per cento. Sei lavoratori con disabilità su dieci possono essere formalmente assunti altrove, mentre l’azienda principale risulta in regola senza mai incrociare quelle presenze nei propri corridoi.

I numeri dell’esclusione normalizzata

Il meccanismo è tecnico, l’effetto molto meno. Secondo i dati diffusi dalla Cgil (Confederazione generale italiana del lavoro), nel 2023 le persone iscritte alle liste del collocamento mirato erano 880.997. Un numero che racconta già un sistema inceppato, dove molte imprese preferiscono pagare sanzioni piuttosto che assumere. La nuova norma non corregge quella tendenza, la rende più conveniente. Come ha spiegato Valerio Serino, responsabile Politiche per il lavoro e l’inclusione delle persone con disabilità della Cgil nazionale, l’aumento delle convenzioni «rischia di segregare e marginalizzare ulteriormente le persone con disabilità, delegando l’inclusione a soggetti terzi».

Il dettaglio più istruttivo sta nei passaggi che scompaiono. La riforma elimina, in diversi casi, l’obbligo di acquisire il parere del Comitato tecnico, l’organo multidisciplinare previsto dalla legge 68/1999 per valutare la compatibilità tra mansione, ambiente di lavoro e condizioni della persona. Una semplificazione che arriva, paradossalmente, in un decreto dedicato alla salute e sicurezza. Per tutti, tranne per chi lavora con una disabilità.

Inclusione per procura

Il perimetro dei soggetti con cui stipulare convenzioni si allarga, includendo anche datori di lavoro privati non soggetti all’obbligo di assunzione e società benefit, imprese formalmente orientate a obiettivi di utilità sociale ma strutturate come soggetti a scopo di lucro. Nasce così una figura già definita dagli analisti come “datore di lavoro passeggero”: un soggetto che assume formalmente la persona con disabilità solo finché dura la commessa finanziata dall’azienda obbligata. Se la commessa finisce, finisce anche l’inclusione.

Le associazioni di rappresentanza parlano di una regressione culturale prima ancora che giuridica. La Fish (Federazione italiana per il superamento dell’handicap), per voce del presidente Vincenzo Falabella, ha ricordato che la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009, tutela il diritto al lavoro in ambienti aperti, inclusivi e accessibili. Spostare la maggioranza delle assunzioni fuori dalle aziende ordinarie significa normalizzare la separazione. La Fand (Federazione tra le associazioni nazionali delle persone con disabilità), con il presidente Nazaro Pagano, sottolinea come l’occupazione delle persone con disabilità resti strutturalmente più bassa rispetto al resto della popolazione, mentre il mercato del lavoro cresce.

Il risultato è un sistema dove l’inclusione diventa una voce di bilancio, gestibile per procura. Le imprese ottengono flessibilità, i numeri tornano, i certificati pure. Ma le persone restano altrove. Non  sono fuori dal mercato del lavoro, formalmente. Restano fuori dalle aziende, dai percorsi di carriera, dai contesti dove il lavoro dovrebbe essere anche partecipazione sociale. È una soluzione elegante, pulita, amministrativamente impeccabile. E dice molto di cosa, oggi, viene considerato un problema da spostare.

Fonte lanotiziagiornale.it di Giulio Cavalli

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