Caltanissetta vive oggi sospesa in un limbo, “La grande attesa”, quella che segue il terremoto giudiziario che ha coinvolto l’onorevole Mancuso e altri volti della scena locale.
Da quindici giorni, però, alla “Grande attesa” si è affiancato il “Grande silenzio”.
Dopo le prime ore di concitazione, il dibattito politico sembra essersi congelato in attesa di sviluppi.
Nei primi giorni o ore abbiamo assistito al consueto festival dei “copia e incolla”, dichiarazioni classiche che vanno da “piena fiducia nella magistratura” e il garantismo di facciata del “nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva”.
Formule di rito che sanno però più timore di esporsi che prudenza, mentre la città osserva con crescente perplessità.
Il silenzio è stato infranto lo scorso venerdì da Area Civica, in una conferenza stampa dai toni durissimi, tenutasi a Palazzo del Carmine, dove la consigliera comunale e provinciale Annalisa Petitto, insieme all’onorevole Ismaele La Vardera e al consigliere Miceli, ha rotto gli indugi.
La Petitto ha mostrato documenti “pesanti” che getterebbero una luce inquietante sulla gestione amministrativa, carte che proverebbero la prassi di delegare soggetti che non avevano alcun titolo giuridico o istituzionale per essere delegati.
Un’anomalia procedurale che, secondo Area Civica, conferma un sistema di potere basato su logiche extra-istituzionali. Per questo motivo, sono state chiesta senza mezzi termini le dimissioni di Tesauro sia da Sindaco che da Presidente del Libero Consorzio.
La tesi è netta e chiara. I legami politici con Mancuso e Tricoli, figure centrali dell’inchiesta e storicamente considerate braccia destre del primo cittadino, rendono la permanenza ai vertici un ostacolo alla necessaria trasparenza, consideranti anche qualche precedente penale di Tricoli che Tesauro non poteva non sapere.
Mentre le istituzioni attendono, Caltanissetta mormora e la vicenda ha scosso la comunità, dividendola tra colpevolisti, indecisi e innocentisti.
Ma la spaccatura non segue i classici binari delle appartenenze ai partiti.
Ci sono i “furbi”, quelli che ostentano un amaro cinismo, liquidando tutto con un “U sta sapinnu ora?”, quasi a voler normalizzare l’anomalia.
Poi abbiamo gli ”increduli”, quei cittadini cioè che rimangono basiti, faticando ad accettare che certi meccanismi possano aver condizionato la vita pubblica fino a questo punto.
Ed ovviamente non mancano i“militanti”, che avendo direttamente nel sangue le “cellule” dell’appartenenza ideologica che li portano delle volte a negare pure le evidenze, restano fermi sulle posizioni di difesa a oltranza, minimizzando il tutto, “dimostreranno che non è così”.
Caltanissetta non sta solo aspettando l’esito delle indagini, inutile è nel frattempo far passare il messaggio e far credere, per rasserenare tutti che nulla cambierebbe, in verità sta attendendo di capire come, da chi e a chi ci si è affidati.
Ciò che accadrà nei prossimi giorni non sarà solo una tappa giudiziaria, quella sarà probabilmente solo la prima, ma diventerà un’ importante tappa per testare la capacità di reazione della città stessa.
Diciamocelo francamente lo stato di stand-by politico e amministrativo è il peggior nemico di una comunità che ha l’urgente necessità al contrario di “mettere il turbo”.
Rimanere immobili, rallentare o aspettare significa perdere metri e frenare la corsa, sempre che sia partita, verso il traguardo che altro non sarebbe che il veder rinasce e epopolare la città.
Bisogna reagire e, soprattutto, agire, perché il futuro di un città non può restare congelato tra i faldoni di un’inchiesta e il coraggio di reagire e guardare avanti se è il caso anche avendo il coraggio di girare pagina. Ad Maiora
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