L’inchiesta della DDA di Caltanissetta svela un sistema di usura e autoriciclaggio ai danni di un imprenditore messo in ginocchio dalla pandemia. Due arresti eseguiti dai Carabinieri: le vittime pagavano interessi folli sotto l’ombra di Cosa Nostra.
Un prestito di 35.000 euro trasformato in un debito infinito da oltre 120.000 euro. È il crudo bilancio dell’ennesima storia di usura che vede protagonista il settore dei trasporti nel nisseno, dove la crisi economica post-pandemia è diventata il terreno fertile per gli interessi dei clan. I Carabinieri della Compagnia di Caltanissetta hanno notificato in carcere un’ordinanza di custodia cautelare a due soggetti, già noti alle forze dell’ordine e ritenuti vicini a contesti mafiosi.
Tutto ha inizio nel 2020. Un imprenditore locale, escluso dai canali di credito legale a causa delle difficoltà generate dal lockdown, commette l’errore fatale di rivolgersi al mercato nero del denaro. Quello che sembrava un aiuto momentaneo si rivela un cappio al collo: gli strozzini impongono tassi d’interesse oscillanti tra il 137% e il 140% annuo.
Le cifre sono insostenibili: rate mensili da circa 4.000 euro. In breve tempo, la vittima versa oltre 120.000 euro, di cui 80.000 servono appena a coprire gli interessi, senza mai riuscire a intaccare il capitale iniziale.
L’indagine, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia, ha portato alla luce un modus operandi tipicamente mafioso, fatto di pressioni psicologiche e rituali cinematografici. Per riscuotere il denaro, gli indagati utilizzavano il metodo della banconota strappata a metà: la vittima riceveva una parte del biglietto e l’esattore si presentava con il frammento combaciante per “autenticare” la riscossione.
Non mancavano le punizioni per i minimi ritardi e l’imposizione di vendere beni personali, come auto e moto, per onorare i pagamenti.
Per nascondere la provenienza illecita dei fondi, i due indagati avevano messo in piedi un sofisticato sistema di autoriciclaggio. Attraverso una società compiacente, venivano emesse fatture fittizie per prestazioni mai avvenute (una delle quali del valore di 12.000 euro). L’imprenditore pagava tramite bonifico, dando una parvenza di legalità al flusso di denaro, che veniva poi prontamente prelevato in contanti o spostato su carte prepagate dai complici.
I due destinatari del provvedimento non sono volti nuovi. Si trovavano già in carcere, condannati in primo grado (rispettivamente a 12 anni e a 8 anni e 8 mesi) per un’altra estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il Gip, oltre alla custodia cautelare, ha disposto il sequestro preventivo dei conti correnti riconducibili agli indagati, assestando un ulteriore colpo alle finanze del clan.
La vittima, nonostante la forte soggezione, ha collaborato con gli inquirenti solo dopo che sono stati presentati riscontri oggettivi inconfutabili, a dimostrazione del clima di paura che ancora avvolge il tessuto economico della zona.
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