Nessuna crisi diplomatica con Washington e nessun ritorno al 1985. Il diniego all’atterraggio di due caccia USA in Sicilia è stata una questione di tempi tecnici, non una scelta politica di rottura.
Ma il confine tra “supporto logistico” e “partecipazione bellica” resta sottile.
Il caso del mancato atterraggio a Sigonella di due cacciabombardieri statunitensi, provenienti dal Regno Unito e diretti verso scenari operativi, ha acceso per poche ore il dibattito su una presunta “crisi di nervi” tra Roma e l’amministrazione Trump. La realtà, tuttavia, appare molto più sfumata e legata a procedure burocratiche che a un cambio di rotta geopolitico.
Il “No” tecnico di Palazzo Chigi
Secondo le ricostruzioni ufficiali, il governo italiano avrebbe negato l’autorizzazione al rifornimento nella notte tra sabato e domenica solo perché la richiesta del Pentagono è giunta a velivoli già in volo.
Un tempismo che non avrebbe permesso all’esecutivo di informare preventivamente il Parlamento, procedura che la premier Meloni e il ministro Crosetto hanno scelto di adottare per le missioni “combat”.
“Qualcuno cerca di far passare il messaggio che l’Italia abbia sospeso l’uso delle basi agli assetti USA. È falso: le basi sono attive e nulla è cambiato,” ha precisato il Ministro della Difesa Guido Crosetto.
La strategia italiana si gioca tutta su una distinzione terminologica:
– Attività Logistica: Movimenti di trasporto, rifornimento e ricognizione (autorizzati).
– Attività Cinetica: Partecipazione diretta ai bombardamenti e alle operazioni d’attacco (che richiedono passaggi parlamentari).
Mentre la Germania (Ramstein) e la Grecia (Souda Bay) offrono pieno supporto agli attacchi e la Spagna chiude persino lo spazio aereo, l’Italia sceglie una “terza via” mediana. Roma concede l’uso delle basi per tutto ciò che riguarda il supporto, ma frena sulle missioni d’attacco dirette, nel tentativo di rispettare i trattati senza scivolare nel ruolo di co-belligerante attivo.
Nonostante le rassicurazioni, i dati sui voli raccontano un’attività frenetica:
- Aviano (PN): Si segnalano continui decolli di F-16 che volano a transponder spento. Ufficialmente sono “esercitazioni”, ma il Wall Street Journal ha indicato la base friulana come snodo cruciale per i velivoli cisterna che riforniscono i bombardieri diretti in Iran.
- Sigonella (CT): Resta il fulcro dei voli da ricognizione e dei trasporti pesanti verso il Golfo Persico.
- Trasporti Strategici: Tra fine febbraio e inizio marzo, almeno cinque Lockheed C-5M Super Galaxy (i giganti del trasporto USA) hanno fatto spola tra l’Italia e i teatri orientali.
Il peso dei precedenti: dal 1985 ad oggi
Il paragone con la crisi di Sigonella del 1985, quando Craxi schierò i Carabinieri contro la Delta Force, appare oggi fuori luogo. In quel caso si trattava di sovranità giudiziaria; oggi si tratta di gestione del consenso interno e rispetto dei vincoli parlamentari.
L’attuale posizione italiana ricorda più il 2018 (Governo Gentiloni), quando fu negato l’uso delle basi per gli attacchi in Siria, piuttosto che il 2003 (Governo Berlusconi), quando l’Italia diede via libera totale ai decolli per la guerra in Iraq.
Il problema resta la natura degli accordi (dal BIA del 1954 allo Shell Agreement del 1995), molti dei quali coperti da segreto di Stato. Questa opacità permette ai governi di oscillare tra le pieghe della “logistica”, mentre i giuristi s’interrogano sulla legittimità internazionale di supportare conflitti che non vedono l’Italia ufficialmente in guerra. Per ora, il Pentagono conferma: “L’Italia resta un alleato fedele che rispetta i trattati”. Il “cavillo” di Sigonella serve a ricordare che, per quanto fedele, Roma chiede di non essere messa davanti al fatto compiuto.
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