Quello che doveva essere il vertice della “pax democristiana” si è trasformato nell’ennesimo corto circuito. Il rientro della Democrazia Cristiana nella giunta regionale guidata da Renato Schifani resta congelato, intrappolato in un groviglio di veti incrociati, documenti non firmati e una leadership che fatica a tenere unito il territorio.
Il Presidente della Regione è stato chiaro: il ritorno dei centristi nell’esecutivo, dopo il terremoto politico seguito all’inchiesta su Salvatore Cuffaro e l’uscita degli assessori Messina e Albano, non può essere un semplice “ritorno al passato”. Schifani esige discontinuità.
Secondo indiscrezioni, il Governatore punterebbe su un profilo esterno al partito, una figura tecnica o di alto profilo civile che metta al riparo la coalizione da nuove turbolenze. Questa posizione mette all’angolo la candidatura di Ignazio Abbate, caldeggiata dai deputati regionali e dai commissari del partito, ma ritenuta “non opportuna” in questa fase delicata che vede diversi esponenti della maggioranza sotto la lente della magistratura.
Mentre i vertici della DC a Palazzo d’Orleans cercavano di blindare il nome di Abbate, dai territori è partito un siluro politico: un documento, sottoscritto da sette segretari provinciali su nove, che propone ufficialmente Laura Abbadessa, presidente regionale del partito.
Il profilo di Abbadessa viene descritto dalla base come quello ideale per competenza e solidità politica, ma la sua candidatura ha spaccato ulteriormente il fronte:
- I sostenitori: vedono in lei la sintesi tra radicamento territoriale e capacità legislativa.
- I dissidenti: i segretari di Trapani (Giacomo Scala) e Catania (Piero Lipera) si sono sfilati. Scala, pur comparendo nel documento, ha denunciato “manovre interne” non condivise, negando il proprio avallo al testo.
La spaccatura non è solo sui nomi, ma sul metodo. La base lamenta di essere stata esclusa dalle trattative ufficiali con Schifani, venendo a conoscenza dell’incontro dei commissari solo a cose fatte. Una “call” riparatrice tenutasi nelle ultime ore tra deputati, dirigenti e segretari provinciali si è risolta in un nulla di fatto: le posizioni restano distanti e il clima è di reciproco sospetto.
Il rischio per la DC è il testacoda politico. Se il partito non riuscirà a presentare una proposta unitaria e in linea con i desiderata di Schifani, la sedia nell’esecutivo regionale — già ridotta a una sola postazione — potrebbe restare vuota ancora a lungo.
Per Schifani, la priorità resta la tenuta della maggioranza e la chiusura di un rimpasto che si trascina da mesi. La DC ha ora l’ultima chiamata: ricompattarsi o rassegnarsi a un ruolo marginale, pagando il prezzo di una guerra interna che sembra non avere vincitori, ma solo vinti.
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