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25 APRILE IN DIES. Non più del fascismo bisogna liberarsi. Ma dei fascisti. Di Marinella Andaloro

Last updated: 24/04/2026 19:53
By Redazione 213 Views 6 Min Read
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Il 25 aprile non è una ricorrenza.
È un atto d’accusa. Una sentenza morale che si rinnova, anno dopo anno, nel foro invisibile della coscienza collettiva. E come ogni sentenza che si rispetti, impone che si identifichi l’imputato. Con precisione. Senza indulgenze.

La storia ha pronunciato il suo verdetto sul fascismo storico.

Condanna senza appello. Regime dissolto. Simboli archiviati. Eppure, come accade nei procedimenti più insidiosi, l’imputato muta veste, non sostanza. Non più camicie nere, ma abiti sartoriali. Non più manganelli, ma silenzi. Non più proclami, ma omissioni calibrate. Non più violenza dichiarata, ma condiscendenza strutturale.

La forma è stata abbattuta. Il metodo sopravvive. Non impongono con la forza. Avvolgono con la complicità.

È una metamorfosi. Più subdola. Più efficace. Il potere che non grida; sussurra. Che non punisce; esclude. Che non vieta; non risponde. E nel silenzio, prospera.

Li riconosci dal passo.
Si muovono con sveltezza e sguardo elusivo. Occupano spazi pubblici e li svuotano di significato. Amministrano risorse comuni come fossero pertinenze private.

E quando interrogati, non rispondono: articolano. Monosillabe. Non ammettono. È il lessico dell’evasione. Dei “Non ricordo”. Frasi brevi. Taglienti. Ma vuote.

Denaro pubblico trattato come bottino.
Istituzioni ridotte a strumenti. Leggi piegate fino a spezzarne la ratio. Appalti pilotati con architettura di consenso e convenienza. Favori restituiti in circuiti chiusi. Il potere che si autoalimenta. Senza trasparenza, senza vergogna, senza rischio.

E quando qualcuno chiede conto, cala il sipario.
Silenzio. Calcolato. Arrogante. Colpevole.

Non è prudenza. È strategia.
Non è diritto. È abuso.

Nell’arena della responsabilità pubblica. Dove il silenzio sistematico diventa condotta. Diventa colpa. È il gergo dell’elusione elevato a sistema di governo.

Si schermano dietro norme che interpretano a uso proprio.
Costruiscono liturgie opache: dirette social, conferenze, dichiarazioni solenni. Ma nessuna verità. Solo narrazione. Solo superficie. Una coreografia del potere che serve esclusivamente a nascondere il vuoto.

Non è una degenerazione episodica.
È sistema. È rete. È contiguità. L’etica pubblica ridotta a scenografia. La res publica ridotta a res privata.

Resistere non era un diritto. Era un dovere. Lo è ancora.

E allora il 25 aprile ritorna.
Non come memoria, ma come monito. La Liberazione non è un evento concluso; è un dovere permanente. Perché se il fascismo storico è caduto, resta la sua eredità operativa: nelle pratiche, nei comportamenti, nella cultura dell’impunità.

Basta con le ipocrisie rituali.

Il 25 aprile non serve a deporre corone. Serve a redigere capi d’imputazione. Serve a togliere maschere.

Non basta aver sconfitto un regime. Occorre vigilare sui suoi eredi informali. Su chi confonde il potere con il privilegio. Su chi usa il pubblico per il proprio tornaconto. Su chi tace quando dovrebbe rispondere. Su chi risponde quando dovrebbe tacere. Perché mente.

La libertà non tollera zone grigie.
Non ammette rendite di posizione. Esige trasparenza. Esige risposte. Esige responsabilità. Non come auspicio. Come pretesa etica e morale.

Il problema non è ciò che è caduto nel 1945.
Il problema è ciò che sopravvive oggi. Nelle pratiche opache. Nei favori incrociati. Nel silenzio complice. Nella pretesa di impunità.

Non servono nostalgici dichiarati.
Bastano comportamenti coerenti con quella cultura: autoritaria, opaca, irresponsabile. E questi comportamenti vanno nominati. Denunciati. Interrotti.

La libertà non è un monumento. È un controllo continuo. Una vigilanza ostinata. Un rifiuto netto.
Il 25 aprile è giurisdizione morale.

E il verdetto, ogni anno, è lo stesso. Non basta aver sconfitto il fascismo. Bisogna liberarsi dei fascisti. Anche quando non si chiamano più così. Anche quando indossano la fascia tricolore. Il fascio sotto la fascia.

Liberarsi non di ciò che è stato.
Ma di ciò che, sotto nuove forme, continua impunemente a essere.

Lo fanno da decenni. Con la certezza di chi non è mai stato fermato. Con la sicurezza di chi non ha mai pagato. Con l’arroganza di chi confonde l’impunità con il diritto acquisito.

Quando scoperti, si affidano alla magistratura. Quando fa comodo. La minacciano, quando non fa comodo.

Noi abbiamo fiducia nella giustizia. Più alta. Più perenne. Incorruttibile.
Non si compra. Non si intimidisce. Non prescrive.

Impuniti lo saranno. Ancora.
Per poco.

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