Dopo la sentenza della Corte Suprema per le oltre 3.000 aziende che hanno già portato il governo in tribunale è cominciata la trafila dei rimborsi
Trump aveva promesso una pioggia d’oro, i dazi come bancomat patriottico, l’America “di nuovo ricca” eccetera eccetera. Poi è arrivata la Corte Suprema e il banco è saltato. Adesso gli Stati Uniti devono restituire tutto, con gli interessi. Non proprio lo slogan che finisce sui cappellini MAGA. E cominceranno a farlo ora, nascosti nel cono d’ombra della guerra in Iran. E’ una retromarcia costosissima: oltre 166 miliardi di dollari incassati con tariffe poi dichiarate illegali tornano, almeno sulla carta, alle aziende che li hanno pagati.
Un anno dopo, con calma, moduli, portali e la solita liturgia burocratica. Ma per molti è ossigeno comunque: i dazi, che in teoria colpiscono l’estero, in pratica sono stati una tassa interna sulle imprese americane. Più di 3.000 aziende hanno già portato il governo in tribunale. Tra loro giganti della logistica e della grande distribuzione. Ma il punto è semplice e un po’ beffardo: possono chiedere i soldi solo quelli che hanno pagato formalmente i dazi. I consumatori, cioè quelli che hanno visto salire i prezzi sugli scaffali, restano fuori.
La Casa Bianca ovviamente tace. Il sistema per i rimborsi è stato costruito in fretta e furia, perché nessuno aveva mai usato la legge d’emergenza del 1977 per imporre dazi. Hanno messo su un’architettura informatica improvvisata, hanno problemi nel distinguere i dazi legali da quelli illegali.
Le cifre sono impressionanti: 330.000 importatori coinvolti, 53 milioni di operazioni, interessi che crescono di circa 22 milioni al giorno. Nel frattempo Trump prepara nuovi dazi per sostituire quelli bocciati. Stesso schema, altra base legale. Le imprese lo sanno e non festeggiano. Incassare per poi ritrovarsi di nuovo sotto pressione non è esattamente un piano industriale. Più che un reset, sembra una pausa pubblicitaria.
Fonte Agenzia Dire www.dire.it di Marco Piccirillo
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