C’è una distanza enorme, quasi grottesca, tra la narrazione ufficiale che si respira nelle stanze del potere locale e la realtà che si calpesta ogni giorno vivendo e camminando per le strade di Caltanissetta.
Da un lato, una politica perennemente distratta da logiche di posizionamento, impegnata in un esercizio continuo di autocostruzione del consenso e nel lancio di promesse che somigliano a sogni irrealizzabili, utili solo a sé stessa e ai propri sostenitori.
Dall’altro, una città ferita dall’incuria, quasi offesa, che affonda nel degrado e nell’abbandono.
Riflettendoci viene in mente la lucida e dolorosa analisi che Franco Battiato faceva della società italiana, un vestito che purtroppo non si discosta poi così tanto, dalla situazione attuale della nostra martoriata città, eccezion fatta per alcune parole “forti” che, sia ben chiaro, non sono da attribuire ai nostri politici locali..
“Povera patria / Schiacciata dagli abusi del potere / Di gente infame, che non sa cos’è il pudore / Si credono potenti e gli va bene quello che fanno / E tutto gli appartiene”
Mentre il centro storico si svuota di giovani e i quartieri soffocano tra cumuli di spazzatura e le infrastrutture cadono a pezzi sotto i colpi dell’indifferenza, il palazzo della politica sembra una fortezza isolata.
Si celebrano traguardi invisibili, inaugurazioni e finte inaugurazioni, tavoli tecnici che non producono soluzioni e si vendono ai cittadini “svolte epocali” e traguardi mai raggiunti da altri, che si rivelano regolarmente però, nella stragrande maggioranza dei casi, dei vicoli ciechi.
È il trionfo della retorica sulla concretezza. Chi amministra dà l’impressione di muoversi in un teatro privato, sordo ai bisogni reali del tessuto sociale.
Viene da chiedersi come si possa ignorare lo stato di una città un tempo fiera, oggi ridotta come appare nella realtà?
“Tra i governanti / Quanti perfetti e inutili buffoni / Questo paese devastato dal dolore / Ma non vi danno un po’ di dispiacere / Quei corpi in terra senza più calore?”
Quei “corpi in terra” a Caltanissetta sono le saracinesche abbassate dei negozi storici, i giovani costretti a salire su un treno per non tornare più, le strade dissestate e gli spazi comuni asciati al vandalismo e all’incuria.
È il corpo stesso di una comunità che perde calore, energia e speranza, mentre chi dovrebbe rianimarla si volta dall’altra parte, protetto da scorte di fedelissimi e comunicati stampa trionfalistici.
Il rischio più grande per Caltanissetta non è solo il degrado visibile, ma la rassegnazione dei suoi abitanti, assuefatti a un declino che sembra inevitabile. Il dibattito pubblico, spesso drogato da tifoserie e personalismi che si consumano sui social o che traspare da certi comunicati non fa che peggiorare le cose.
“Ma come scusare / Le iene negli stadi e quelle dei giornali? / Nel fango affonda lo stivale dei maiali / Me ne vergogno un poco e mi fa male / Vedere un uomo come un animale / Non cambierà, non cambierà / Sì che cambierà, vedrai che cambierà”
La vergogna e il dolore di vedere la propria città scivolare nell’incuria morale e materiale è il sentimento che accomuna i nisseni che ancora conservano un briciolo di coscienza civica.
Eppure, l’articolo non può e non deve chiudersi sulla parola “fine”.
Nonostante la politica distratta, nonostante i sogni venduti a basso costo, la cittadinanza ha il dovere di chiedere un ritorno alla concretezza.
Caltanissetta aspetta, aspetta il momento in cui l’interesse per il bene comune superi l’egoismo di chi governa, e in cui si possa finalmente guardare al futuro con occhi diversi.
È in questa attesa, con la ferma volontà di non arrendersi, che risuona l’ultimo, universale auspicio del Maestro Battiato.
“Si può sperare Che il mondo torni a quote più normali Che possa contemplare il cielo e i fiori, Che non si parli più di dittature, Se avremo ancora un po’ da vivere… La primavera intanto tarda ad arrivare”.
Ad Maiora
