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Caltanissetta 401 > News > Cronaca > Cronaca Internazionale > Il piano Trump per Gaza al palo: il Board of Peace resta senza fondi
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Il piano Trump per Gaza al palo: il Board of Peace resta senza fondi

Last updated: 28/05/2026 5:45
By Redazione 32 Views 6 Min Read
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A quattro mesi dal suo roboante lancio ufficiale sul palcoscenico globale, l’ambizioso piano dell’amministrazione Trump per la ricostruzione e la stabilizzazione della Striscia di Gaza si trova in una fase di sostanziale stallo. Al centro delle difficoltà c’è il Board of Peace (BoP), l’organismo internazionale fortemente voluto dal presidente statunitense per gestire il post-conflitto, che si ritrova attualmente in un limbo politico, legale e, soprattutto, finanziario.

Contents
Promesse miliardarie e realtà dei fattiIl nodo della sicurezza e lo scetticismo europeoUn futuro incertoSi precisa: La pubblicazione di un articolo e/o di un’intervista scritta o video in tutte le sezioni del giornale non significa necessariamente la condivisione parziale o integrale dei contenuti in esso espressi. Gli elaborati possono rappresentare pareri, interpretazioni e ricostruzioni storiche anche soggettive. Pertanto, le responsabilità delle dichiarazioni sono dell’autore e/o dell’intervistato che ci ha fornito il contenuto. L’intento della testata è quello di fare informazione a 360 gradi e di divulgare notizie di interesse pubblico. Naturalmente, sull’argomento trattato, caltanissetta401.it è a disposizione degli interessati e a pubblicare loro i comunicati o/e le repliche che ci invieranno. Infine, invitiamo i lettori ad approfondire sempre gli argomenti trattati, a consultare più fonti e lasciamo a ciascuno di loro la libertà d’interpretazione.

Secondo fonti vicine ai dicasteri finanziari internazionali, le casse ufficiali dell’organizzazione destinate ai progetti di ricostruzione sono ancora vuote. Il fondo fiduciario istituito presso la Banca Mondiale – e formalmente avallato da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – registra una quota pari a zero depositi da parte dei paesi donatori.

Promesse miliardarie e realtà dei fatti

Il progetto era partito con ben altre premesse. Durante l’inaugurazione ufficiale dello statuto a Davos a inizio anno, i leader mondiali avevano promesso circa 7 miliardi di dollari per il pacchetto di aiuti umanitari a Gaza, a cui si sarebbero dovuti aggiungere altri 10 miliardi stanziati direttamente dagli Stati Uniti. Inoltre, l’adesione formale come membro permanente richiedeva una quota “a vita” di ben 1 miliardo di dollari.

A oggi, tuttavia, i flussi finanziari non hanno seguito i canali multilaterali previsti. I portavoce del Board of Peace hanno confermato che l’organizzazione ha preferito utilizzare opzioni di versamento alternative, appoggiandosi direttamente a conti correnti privati gestiti da JPMorgan, scavalcando di fatto i meccanismi di controllo della Banca Mondiale. Sebbene micro-contributi (come i 20 milioni di dollari dagli Emirati Arabi Uniti e i 3 milioni dal Marocco) siano serviti a finanziare gli uffici del Rappresentante speciale per Gaza, Nickolay Mladenov, e a pagare gli stipendi del comitato tecnocratico palestinese, sul terreno la ricostruzione non è mai partita. Non un singolo dollaro è stato effettivamente speso all’interno dell’enclave per rifondare le infrastrutture distrutte.

Il nodo della sicurezza e lo scetticismo europeo

I motivi del blocco non sono puramente economici. La diplomazia statunitense sottolinea che non è possibile assegnare contratti o far partire i cantieri finché non sussisteranno adeguate condizioni di sicurezza. Il piano Trump prevedeva tre pilastri fondamentali: il disarmo di Hamas, il totale ritiro delle forze di difesa israeliane (IDF) e l’inizio dei lavori. Nessuno di questi tre obiettivi strategici è stato finché a ora raggiunto, e Hamas non ha deposto le armi. Senza un’autorità sul campo in grado di gestire e proteggere il flusso di beni e servizi, i progetti – inclusi i modelli futuristici e iper-tecnologici presentati nei mesi scorsi dal consigliere presidenziale Jared Kushner – rimangono confinati sulla carta.

Sullo sfondo restano le forti perplessità delle cancellerie europee. Molti governi dell’UE guardano con diffidenza alla struttura del Board of Peace, accusato di voler surclassare o sostituire il ruolo tradizionale dell’ONU e delle sue agenzie umanitarie (come l’UNRWA). A preoccupare i diplomatici occidentali sono anche le regole di governance dello statuto, che accentrano poteri quasi assoluti nelle mani di Donald Trump, nominato “presidente a vita” dell’organismo e unico titolare del diritto di estendere gli inviti ai nuovi Stati membri o di indicare un successore.

Un futuro incerto

Mentre i costi stimati per la ricostruzione totale di Gaza superano ormai i 70 miliardi di dollari per i prossimi dieci anni, il Board of Peace deve fare i conti con pesanti interrogativi di natura giuridica. La risoluzione ONU che ne ha battezzato la nascita definisce l’organismo come un'”amministrazione transitoria” con un mandato limitato nel tempo. Gli analisti geopolitici e gli stessi funzionari arabi coinvolti nella mediazione si interrogano su cosa accadrà alla scadenza di questo termine e se la complessa macchina diplomatica e militare (che sulla carta prevede anche una forza di stabilizzazione internazionale di 20.000 soldati) riuscirà mai a tradursi in realtà per dare sollievo alla popolazione della Striscia.

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Si precisa: La pubblicazione di un articolo e/o di un’intervista scritta o video in tutte le sezioni del giornale non significa necessariamente la condivisione parziale o integrale dei contenuti in esso espressi. Gli elaborati possono rappresentare pareri, interpretazioni e ricostruzioni storiche anche soggettive. Pertanto, le responsabilità delle dichiarazioni sono dell’autore e/o dell’intervistato che ci ha fornito il contenuto. L’intento della testata è quello di fare informazione a 360 gradi e di divulgare notizie di interesse pubblico. Naturalmente, sull’argomento trattato, caltanissetta401.it è a disposizione degli interessati e a pubblicare loro i comunicati o/e le repliche che ci invieranno. Infine, invitiamo i lettori ad approfondire sempre gli argomenti trattati, a consultare più fonti e lasciamo a ciascuno di loro la libertà d’interpretazione.

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