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Doppia stretta sui visti per studenti stranieri: il Tribunale di Torino condanna la Farnesina per il caso Iran. Nuovi ostacoli anche per i ragazzi di Gaza

Last updated: 27/06/2026 13:52
By Redazione 62 Views 5 Min Read
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Una sentenza storica definisce “discriminatoria” la gestione burocratica dei visti per gli universitari iraniani. Intanto, per i borsisti palestinesi bloccati nella Striscia sorge l’ostacolo a sorpresa della certificazione linguistica B2.

Una burocrazia flessibile per alcuni, ma un muro invalicabile per altri. È questo il quadro che emerge dalla recente gestione dei flussi di studenti internazionali da parte del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI). Due vicende distinte, che vedono coinvolti giovani iraniani e palestinesi, accendono i riflettori sulle barriere d’accesso agli atenei italiani, portando persino a una condanna formale per il dicastero guidato da Antonio Tajani.

Il Tribunale di Torino ha depositato una sentenza che qualifica esplicitamente come “discriminatoria” la procedura adottata per il rilascio dei visti di studio agli studenti iraniani. Al centro della disputa legale c’è il funzionamento della piattaforma online Visametric: per l’anno accademico di riferimento, il portale è rimasto accessibile per appena otto giorni, senza alcuna comunicazione preventiva sulle date di apertura e chiusura.

Il risultato di questa finestra temporale così ristretta è stato un imbuto insormontabile: su oltre 7.900 studenti iraniani pre-iscritti nelle università italiane – storicamente la comunità studentesca straniera più numerosa nel nostro Paese –, solo 4.500 sono riusciti a prenotare un appuntamento. Tutti gli altri sono rimasti esclusi.

Ciò che ha spinto il giudice a condannare il Ministero (con un risarcimento simbolico di 7.500 euro a favore dell’Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione che ha promosso il ricorso insieme a uno studente) è stata la disparità di trattamento rispetto ad altre nazionalità. Mentre per i giovani provenienti da India, Turchia, Marocco ed Emirati Arabi non erano previsti limiti di tempo stringenti e le prenotazioni potevano avvenire anche per telefono o di persona, per gli iraniani si è applicato il regime degli “otto giorni di clic”. Una procedura apparentemente neutra che, secondo il Tribunale, ha violato il Testo Unico Immigrazione e il diritto alla parità di trattamento nell’accesso all’istruzione.

Se sul fronte iraniano si è espressa la magistratura, su quello palestinese le polemiche si stanno sollevando in queste ore. Il programma Iupals (Italian Universities for Palestinian Students), nato per accogliere i borsisti della Striscia di Gaza attraverso corridoi universitari d’emergenza, rischia di subire una brusca battuta d’arresto.

Dei circa 300 studenti previsti, oltre 230 sono già arrivati in Italia senza che venisse loro richiesto alcun prerequisito linguistico stringente. Per i restanti 60 giovani, attualmente ancora bloccati nella Striscia di Gaza, la Farnesina ha introdotto un nuovo e inatteso requisito: la certificazione di livello B2 in lingua italiana.

Una richiesta che gli stessi atenei definiscono anomala e rigida. Per regolamento, infatti, tale certificazione è prevista solo per i corsi erogati in italiano e per l’anno accademico successivo. Secondo le segnalazioni delle associazioni e dei docenti che seguono i ragazzi, il livello B2 verrebbe preteso anche da chi si è iscritto a corsi interamente in lingua inglese. Emblematico il caso di uno studente ammesso all’Università di Ferrara che, nonostante la borsa di studio già vinta, ha visto la propria pratica congelata a causa della nuova disposizione ministeriale.

La stretta contrasta con la retorica dei mesi scorsi, quando le istituzioni accoglievano i primi studenti palestinesi a Fiumicino promettendo di contribuire alla formazione della futura classe dirigente del Paese. Di fronte a queste barriere, l’Asgi ha già formalmente richiesto al MAECI e al Ministero dell’Università una proroga dei termini di iscrizione per permettere ai giovani palestinesi di non perdere il diritto allo studio.

Il filo conduttore tra la vicenda iraniana e quella palestinese appare il medesimo: requisiti amministrativi complessi o improvvisi che finiscono per colpire i soggetti più vulnerabili e con minor margine di manovra, trasformando le procedure burocratiche in veri e propri filtri d’ingresso.

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