“Sono un sindaco in carica: quando verrà il giorno, tornerò alla mia casa e al mio lavoro, come la legge impone e come tanti colleghi hanno fatto prima di me, senza clamore. Parlo in nome di chi il limite dei mandati lo ha rispettato e dei siciliani che credono nella legge e nello Statuto. Alla lettera di alcuni colleghi rispondo perciò senza acrimonia e con serietà.
Si parla di presa in giro: mi sia consentito dire dove essa realmente stia. Non nel decreto di rimozione del sindaco di Serradifalco, che condivido, ma nella pretesa che resti in carica chi la legge ha oltrepassato, mentre chi l’ha osservata si è fatto da parte. Se il fatto compiuto diventa regola, ai siciliani resta un insegnamento amaro: rispettare la legge è da ingenui.
Quanto al domandarsi dove fosse l’MPA: le firme sui disegni di legge di recepimento sono atti pubblici, e restano; le bocciature maturarono nel segreto dell’urna, dove nessuna appartenenza si vede e nessuno può, in coscienza, essere additato. Il paradosso tocca semmai chi quel testo depositò, non seppe accompagnarlo all’approvazione e oggi difende chi viola la norma vigente.
Perché questo va detto con animo sereno: la norma regionale che consente una sola rielezione immediata nei comuni sopra i cinquemila abitanti è vigente e mai impugnata. Dire che non vi sia «alcuna contestazione» significa non vedere la segnalazione del Prefetto e la proposta di rimozione formalizzata dall’Assessorato delle Autonomie locali; la pronuncia costituzionale che si invoca riguarda un’altra autonomia speciale, e nessun giudice l’ha riferita alla Sicilia. L’articolo 40, del resto, non è un gesto d’imperio: è uno strumento che l’ordinamento regionale prevede, con le sue garanzie e le sue sedi di ricorso. Chi ritiene di avere ragione la faccia valere davanti a un giudice; chi invece disapplica da sé una legge regionale, invocando la prevalenza della norma statale sulla potestà dell’ARS, non difende i siciliani: svuota, forse senza avvedersene, lo Statuto di Autonomia.
Voglio però andare oltre, e porre al legislatore una domanda: se la continuità amministrativa è un valore, perché fermarla a quindicimila abitanti? Le ragioni addotte a Roma — la fatica, vera, di comporre le liste nei piccoli centri — sono serie, ma non si arrestano a quella soglia: la programmazione del PNRR, dei fondi europei, delle opere pubbliche eccede la durata di un mandato tanto nei paesi quanto, più ancora, nelle città. Quella soglia non nacque da un disegno organico: nacque dal compromesso consumato attorno al ben più conteso terzo mandato dei presidenti di regione e dei sindaci delle grandi città. I comuni minori furono la parte concessa; tutti gli altri, la parte negata. Ma la democrazia non muta natura a quindicimila abitanti e uno: se la continuità è un valore, lo è per tutti, con i contrappesi che la Corte costituzionale richiama a presidio del ricambio e della parità fra i candidati.
C’è poi il domani: se ciascuno potesse scegliere quale legge applicare, le decine di comuni chiamati al voto nel 2027 scivolerebbero in un contenzioso che paralizza. Non chiedo eccezioni per me: chiedo certezza del diritto.
Al Presidente della Regione e al Presidente dell’Ars rivolgo perciò, con la fiducia dovuta alle istituzioni, un duplice appello: si firmi il decreto, perché le leggi vigenti si onorano finché il legislatore, insieme, non le muta; e si calendarizzi in Aula, a voto palese, una riforma organica dei limiti di mandato — il recepimento della soglia dei quindicimila abitanti e, senza timidezze, la discussione della sua estensione a tutti i comuni, con i necessari presìdi di ricambio e di trasparenza. La riforma per tutti, non la sanatoria per uno.
Di questo appello mi faccio promotore tra i colleghi: da oggi ne raccoglierò le adesioni, e sono certo che saranno decine, da ogni parte della Sicilia.
Le regole, in democrazia, si cambiano insieme, nelle aule; non si violano da soli, nei municipi. La legge è uguale per tutti, o non è”.
Lo dichiara l’On. Giuseppe Carta, sindaco di Melilli

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