Il premier israeliano riafferma la linea dura: «Sotto il mio governo non nascerà mai uno Stato palestinese». Hamas ne chiede invece la piena attuazione per fermare le ostilità e avviare la ricostruzione.
Nuova battuta d’arresto nei tentativi di stabilizzazione del Medio Oriente. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha respinto in modo formale la proposta in 15 punti per il futuro della Striscia di Gaza, elaborata dal Board of Peace sotto l’egida della presidenza statunitense di Donald Trump.
Durante una riunione di gabinetto, il capo del governo di Tel Aviv ha ribadito che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) non abbandoneranno le loro posizioni nell’enclave palestinese senza garanzie sulla totale smilitarizzazione di Hamas.
«Finché sarò primo ministro, non sorgerà uno Stato palestinese. Né a Gaza né in Giudea e Samaria. Né un Fatahstan né un Hamastan», ha dichiarato Netanyahu, secondo quanto riferito dall’emittente pubblica israeliana Kan. Il premier ha inteso così spazzare via le indiscrezioni di stampa emerse nelle ultime ore, confermando il secco “no” di Israele al documento: «Le IDF non si ritireranno finché Hamas non sarà completamente disarmata e priva dei suoi arsenali».
Le operazioni sul campo e la reazione di Hamas
Nonostante il cessate il fuoco concordato lo scorso ottobre, la tensione nella Striscia rimane altissima e i blitz militari sul terreno proseguono. Stando alle stime fornite dalle fonti locali, gli attacchi condotti di recente dalle forze israeliane hanno provocato oltre 1.200 vittime, tra cui si contano almeno 300 minori.
Di segno diametralmente opposto la posizione del movimento islamista palestinese. Attraverso un comunicato diffuso sui propri canali Telegram e ripreso dall’emittente Al Jazeera, Hamas ha confermato l’adesione alla proposta americana, definendola la base necessaria per accedere alla seconda fase del piano di pace.
Per la delegazione palestinese la priorità resta la tempestiva e integrale applicazione dei 15 punti: uno stop immediato alle incursioni armate, il ritiro progressivo ma totale dei contingenti israeliani, la riapertura permanente dei valichi di confine e la libera entrata dei soccorsi umanitari e dei materiali indispensabili alla ricostruzione della Striscia.
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