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A che serve essere vivi se non si ha il coraggio di lottare? La lotta per il proprio territorio. Rileggendo Pippo Fava

Autore: Sergio Cirlinci Visualizzazioni: 192 Tempo di lettura: 10 Pubblicato il: 24/05/2026
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La frase di Pippo Fava non è un semplice aforisma da citare nei momenti di retorica, è una vera e propria scossa elettrica, una provocazione che mette a nudo l’essenza stessa dell’esistenza.

Fava, che ha pagato con la vita il coraggio di dare voce alla verità, ci ricorda che l’essere vivi non si riduce solo nel respirare, ma risiede interamente nella capacità di prendere posizione.

Non lottare, girarsi dall’altra parte per paura o per quieto vivere, significa diventare complici di quella stessa arroganza che ci schiaccia.

Lottare per il proprio territorio ad esempio significa rifiutare l’idea che la terra in cui si vive sia condannata a un destino immutabile di degrado o sottomissione.

Il territorio non è solo uno spazio geografico, è l’insieme delle nostre radici, della nostra cultura e del futuro dei nostri figli.

Troppo spesso la politica ha tradito le nostra comunità, trasformandole in bacini di voti da dimenticare il giorno dopo le elezioni, o peggio, in merce di scambio per interessi privati.

Lottare per il territorio oggi significa difendere l’ambiente dalle speculazioni e dall’abbandono, esigere infrastrutture degne, scuole sicure e opportunità di lavoro che non costringano i giovani a un’emigrazione forzata che sa di esilio.

Ma significa soprattutto sradicare la cultura della rassegnazione, quel “tanto non cambierà mai nulla” che è il più grande alleato di chi vuole mantenere lo status quo.

C’è poi una lotta silenziosa, eroica, che non finisce sulle prime pagine dei giornali. È la lotta dei cittadini comuni che combattono ogni giorno contro i problemi reali della vita. La vera resistenza oggi si fa nelle sale d’attesa degli ospedali pubblici, alcuni in fila nelle mense sociali, davanti alle bollette che aumentano o negli uffici dove si pretende il rispetto dei propri diritti.

Lottare per la salute significa non accettare che un diritto costituzionale diventi un privilegio per pochi, dove per una visita specialistica si attendono mesi a meno che non si paghi privatamente.

Lottare per il fattore economico significa difendere il valore del proprio lavoro di fronte a stipendi da fame, al precariato cronico e all’ansia di non arrivare alla fine del mese, mentre la politica si aumenta stipendi gravando sulla spalle dei cittadini.

Questa è la fame di dignità di chi vuole solo vivere del proprio onesto sudore.

La parte più dolorosa di questa lotta non è contro la sfortuna, ma contro gli uomini, contro chi è stato eletto o nominato per difendere il cittadino, per tutelare i più deboli e garantire la giustizia, spesso si chiude nei palazzi del potere. Invece di guardare al bene comune, troppi rappresentanti si preoccupano solo di coltivare il proprio orticello, di proteggere i propri privilegi, i propri serbatoi di voti e le reti di clientelismo.

Questo comportamento è una qualcosa di insopportabile, non è solo egoismo, è un atto di violenza verso la comunità.

Di fronte a questa arroganza, la lezione di Pippo Fava diventa un imperativo categorico e chi leggeva ai tempi la sua rivista “I Siciliani” e ne apprezzava i contenuti non può che provare a ribellarsi.

Giuseppe “Pippo” Fava aveva capito perfettamente che la criminalità e la cattiva politica si nutrono prima di tutto del silenzio e della rassegnazione.

Quando nel 1983 fondò a Catania il mensile I Siciliani, non creò un semplice giornale, ma una vera e propria fortezza di resistenza. Fava intuì che per risvegliare le coscienze non bastava raccontare i fatti di cronaca, bisognava svelare i meccanismi del potere attraverso tre pilastri fondamentali.

Fava fu tra i primi a comprendere e a scrivere apertamente che la mafia non era solo il braccio armato che sparava per strada, ma sedeva nei consigli d’amministrazione e nei palazzi della politica, gestendo i grandi appalti pubblici. Il suo storico articolo d’apertura, “I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”, squarciò il velo di omertà sui più grandi imprenditori catanesi dell’epoca, svelando i loro legami con i clan.

La redazione de I Siciliani era composta quasi interamente da giovani, spesso giovanissimi, che Fava cresceva non solo come professionisti, ma come cittadini attivi. Insegnava loro a non avere paura e a cercare la verità senza fare sconti a nessuno.

Il giornale non era scritto per gli addetti ai lavori, ma per la gente comune, raccontava le angherie quotidiane, lo stato di abbandono dei quartieri popolari e la mancanza di prospettive economiche, legando i problemi della corruzione, dello spreco e dell’incuria alla realtà delle sofferenze dei cittadini.

Il lavoro di Fava divenne rapidamente intollerabile per chi era abituato a muoversi nell’ombra. Prima del suo omicidio, il sistema provò a zittirlo attraverso il boicottaggio economico, le edicole venivano minacciate per non esporre il giornale, era infatti difficile comprarlo, le concessionarie di pubblicità revocavano i contratti e le banche tagliavano i crediti. Si cercò di isolarlo, di farlo passare per un “diffamatore” della propria terra.

Quando l’isolamento economico non bastò a fermare la sua penna, il potere mafioso e i suoi complici politici scelsero la via del sangue.

Il 5 gennaio 1984, Pippo Fava fu assassinato a Catania con cinque colpi di pistola alla nuca.

Dopo la sua morte, le istituzioni e i media locali tentarono inizialmente di depistare le indagini pur di difendere l’onorabilità della Catania “bene”, ma anni di lotte guidate dalla famiglia e dai ragazzi della redazione portarono infine alla condanna dei vertici di Cosa Nostra catanese.

La storia di Pippo Fava dimostra che il giornalismo etico non è un semplice mestiere, ma una funzione sociale indispensabile per la democrazia.

Senza una stampa libera che vigila, denuncia e fa domande scomode, o gli utenti che sui social scrivono, il resto dei cittadini rimangono soli e indifesi di fronte alle prevaricazioni.

A che serve, dunque, essere vivi? Se la vita diventa solo un adattarsi al meno peggio, un subire in silenzio i soprusi dei prepotenti e le inadempienze di una politica miope, allora stiamo solo sopravvivendo.

Avere il coraggio di lottare significa dire “no” quando tutto intorno dice “lascia stare”.

A che serve, dunque, essere vivi? Se la vita diventa solo un adattarsi al meno peggio, un subire in silenzio i soprusi dei prepotenti e le inadempienze di una politica miope, allora stiamo solo sopravvivendo. Avere il coraggio di lottare significa dire “no” quando tutto intorno dice “lascia stare”.

Queste parole ci sono tornate alla mente quasi per caso, sistemando delle vecchie riviste, quando tra le mani ci è finita una copia de I Siciliani. Sfogliare quelle pagine ingiallite dal tempo, ma ancora così drammaticamente attuali, ci ha spinto a questa riflessione che riguarda tutti, non solo il giornalismo.

Con queste righe non abbiamo alcuna presunzione e non vogliamo certo sentirci la nuova redazione de I Siciliani, né tantomeno criticare altri o paragonarci minimamente alla statura di Pippo Fava, al suo straordinario lavoro o al prezzo immenso che ha pagato per la libertà di tutti. Il nostro vuole essere semplicemente un atto di umile e doverosa cittadinanza attiva, un modo per tentare di dare una scossa a una collettività che troppo spesso sembra muta, rassegnata e, in alcuni casi, persino asservita al potere.

Lottare, per noi, significa unire le forze per restituire dignità al nostro quotidiano e costruire, un pezzo alla volta, una società in cui i diritti non siano più scambiati per favori e come scriveva lo stesso Fava: “Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il rispetto delle leggi, guarisce i malati, governa bene il commercio, libera i cittadini dai ricatti mafiosi.” Ad Maiora

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