Nelle ultime ore sta circolando con insistenza sulle chat di WhatsApp un messaggio allarmistico che invita gli utenti, in particolare gli amministratori dei gruppi, a compiere un’azione immediata per “proteggere” i propri dati dall’intelligenza artificiale di Meta. Si tratta, in realtà, dell’ennesima catena di Sant’Antonio del tutto priva di fondamento scientifico e tecnico.
Il messaggio che molti utenti si stanno scambiando descrive uno scenario inquietante secondo cui, a partire da un fantomatico sabato, l’intelligenza artificiale avrà accesso a tutte le conversazioni, potendo persino recuperare i numeri di telefono e le informazioni personali dai dispositivi. Il testo prosegue fornendo una guida passo-passo per attivare una presunta voce chiamata “Privacy avanzata della chat” all’interno delle impostazioni di gruppo, sollecitando una condivisione rapida e capillare.
Questo allarme unisce elementi reali, come l’effettiva introduzione e lo sviluppo delle funzioni legate a Meta AI, a pure invenzioni e modalità tipiche del terrorismo psicologico digitale. Prima di tutto, è bene ricordare che WhatsApp protegge i messaggi, le foto, i video e le chiamate con la crittografia end-to-end. Questo significa che solo il mittente e il destinatario possono leggere il contenuto delle chat. Di conseguenza, né WhatsApp, né Meta, né tantomeno l’intelligenza artificiale possono aprire autonomamente le conversazioni per spiare gli utenti.
In secondo luogo, la presunta opzione di sicurezza indicata nel messaggio semplicemente non esiste.
Se si prova a seguire le istruzioni all’interno di un gruppo WhatsApp, si noterà che quella specifica voce non è presente in alcun menu. L’unica opzione vagamente simile nell’applicazione riguarda la protezione dell’indirizzo IP durante le chiamate, ma non ha nulla a che fare con il blocco di un’intelligenza artificiale.
Infine, il funzionamento di Meta AI è radicalmente diverso da come viene descritto. L’intelligenza artificiale interagisce con gli utenti solo se espressamente interpellata, per esempio menzionandola direttamente o attraverso la barra di ricerca dedicata, e non agisce come un software spia invisibile che scansiona i dati personali in background.
Questo genere di messaggi sfrutta il classico meccanismo della paura legato alle novità tecnologiche e la scarsa conoscenza delle impostazioni di sicurezza. L’invito finale a condividere l’informazione il prima possibile è il motore standard che permette alle bufale di diventare virali, facendo leva sul senso di responsabilità degli amministratori. Se si riceve questo messaggio, il comportamento corretto è non inoltrarlo e avvisare il mittente che si tratta di una notizia falsa, interrompendo così la catena di disinformazione.
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