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Caltanissetta 401 > News > Cronaca > Antimafia e Procuratore fanno strage delle leggi
CronacaPolitica

Antimafia e Procuratore fanno strage delle leggi

Last updated: 20/04/2026 6:46
By Redazione 131 Views 8 Min Read
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Roberto scarpinato
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Di Roberto Scarpinato

Come è noto, costituisce illecito disciplinare e penale il comportamento del pm che nel processo penale occulti alla difesa le prove a favore dell’indagato. Prove che tuttavia possono essere messe a disposizione degli indagati solo dopo l’avviso di conclusione delle indagini, quando si verifica la discovery e le difese possono acquisire piena cognizione di tutto il materiale probatorio, mettendo in luce dinanzi a un giudice terzo gli elementi che smentiscono o contraddicono le potenziali tesi accusatorie.

A tutela del principio di presunzione di innocenza, l’art. 2 del dl 188/2021 ha stabilito che anche dopo la conclusione delle indagini il pm non può presentare una persona come colpevole fino a sentenza definitiva. L’art. 115 bis cpp vieta ai giudici e ai pm espressioni che presuppongano la colpevolezza dell’imputato. L’art. 114 bis cpp vieta la pubblicazione prima del rinvio a giudizio delle ordinanze di custodia cautelare per evitare il “processo mediatico”: cioè che vengano percepite dall’opinione pubblica come un’anticipazione di un giudizio di colpevolezza.

Tutte queste regole valgono solo all’interno del processo penale e nelle aule di giustizia, mentre possono essere completamente calpestate con un processo pubblico parallelo fuori dalle aule giudiziarie in Commissione parlamentare antimafia. È esattamente quello che è accaduto, grazie alla gestione dei lavori da parte della maggioranza di centrodestra. Le indagini nei confronti degli ex pm Natoli e Pignatone e del gen. Screpanti sono ancora in corso.

Non è stato notificato l’avviso di conclusione. Le difese non hanno quindi potuto esaminare il materiale processuale acquisito. Non c’è stato alcun pronunciamento preliminare di un giudice terzo che abbia verificato la fondatezza della tesi accusatoria. Ciononostante il procuratore di Caltanissetta, senza neppure chiedere la secretazione della sua audizione per non violare coram populo la presunzione di innocenza e con l’accordo della presidente Colosimo, ha deciso di svolgere in tre sedute una requisitoria in cui, in palese violazione di tutte le regole accennate, ha esposto analiticamente, come dinanzi a una corte giudicante, tutte le prove che a suo parere dimostrerebbero la colpevolezza degli indagati e l’inattendibilità delle dichiarazioni di altri magistrati mai indagati.

Non solo in assenza di contraddittorio, ma anche omettendo di fare riferimento a tutte le intercettazioni e i risultati processuali che domani, in un’aula di giustizia, potrebbero dimostrare l’innocenza degli indagati o incrinare fortemente la tesi accusatoria, la cui conoscenza è allo stato processualmente inibita alle difese.

Si tratta di un caso senza precedenti. È come se in un incontro di boxe uno dei due pugili fosse autorizzato a colpire l’avversario bendato e con le mani legate dietro la schiena. La requisitoria è stata stavolta, la sentenza pubblica di colpevolezza pronunciata. Attende solo la ratifica scontata del centrodestra, che, grazie a questi metodi, senza neppure attendere il superfluo vaglio di un giudice terzo, potrà clonare la requisitoria nella relazione di maggioranza, mettendo il sigillo della verità di Stato alla tesi che le stragi di D’Amelio e Capaci furono ideate ed eseguite solo per vecchie storie di appalti della Prima Repubblica.

Tutto ciò non solo con la complicità di alcuni magistrati indagati con l’accusa di avere insabbiato un filone di indagine su investimenti mafiosi in Toscana, ma anche con la connivenza morale di altri magistrati non indagati i quali, in altro procedimento, prima non avrebbero svolto le indagini sugli appalti per timore di colpire cariatidi politiche della Prima Repubblica (Andreotti, Lima, Mannino, Martelli…) e poi avrebbero fatto un prolungato abuso politico della giustizia. Abuso realizzato perseguitando galantuomini come il generale Mori, che ha iniziato e concluso la carriera nei servizi segreti, e tanti esponenti dei partiti ascesi al potere proprio grazie alla campagna stragista del 1992-’93: per citare i più noti, Dell’Utri e D’Alì.

Una campagna stragista che mirava a “buttare giù della” politica la Prima Repubblica che “avevano voltato le spalle” (Riina dixit) e agevolare l’ascesa al potere di nuovi partiti come Forza Italia, su cui confluirono i voti di tutte le mafie come ahimè accertato in tante sentenze definitive. La palese violazione di tutti i principi basilari dell’ordinamento penale e della Costituzione, nella vigile indifferenza e col tacito plauso di tanti pseudogarantisti che hanno gettato la maschera, procede di pari passo alla violazione da parte della maggioranza delle regole che garantiscono i diritti delle minoranze nelle commissioni parlamentari.

Violazione che ha pervicacemente impedito qualsiasi indagine conoscitiva sui depistaggi, i mandanti e i complici esterni delle stragi, per blindare come unica verità quella gradita alla maggioranza ed evitare il rischio che, procedendo questa strada, potessero venire fuori dagli armadi tanti scheletri di famiglia: gli stessi cari a quello, per esempio, Giuseppe Graviano nelle conversazioni intercettate e in dichiarazioni dibattimentali.

A conclusione dei lavori della Commissione, Graviano, condannato con sentenza definitiva come regista e diretto interessato alla strage del 19 luglio 1992 in via d’Amelio, potrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di chiedere la revisione del processo, atteso che egli non si è mai occupato di appalti pubblici, così come Berlusconi, a differenza del mafioso Buscemi e di Raul Gardini che secondo la tesi della Procura di Caltanissetta sarebbero i reali mandanti della strage.

Dalla pagina Facebook di Roberto Scarpinato

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