I dati, secondo lo studio dell’Istituo “Guglermo Tagliacarne” fotografano un Sud in affanno: redditi erosi da caro-prezzi, disoccupazione ed emigrazione.
L’appello lanciato dal presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, per incentivare gli italiani a investire i propri risparmi nell’economia reale e nelle imprese (anche tramite il rilancio dei Pir), rischia di scontrarsi con una dura realtà geografica. Se l’invito può funzionare per il Nord Italia, dove si concentrano i patrimoni più consistenti, la situazione cambia radicalmente se si guarda al Mezzogiorno.
Secondo lo studio sull’propensione al risparmio degli italiani condotto dall’istituto “Guglielmo Tagliacarne”, i cittadini del Sud si trovano in coda alla classifica nazionale. E i dati della Sicilia, in particolare, delineano uno scenario a dir poco preoccupante.
L’analisi evidenzia una spaccatura netta tra le diverse aree del Paese, sia in termini di propensione al risparmio sia di liquidità effettiva depositata in banca.
–L’indice di propensione al risparmio: In cima alla classifica troviamo Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna, tutte con un tasso superiore al 10%. All’estremo opposto si colloca la Sicilia, ultima in Italia con appena il 5,05%.
–La massa monetaria in banca: Le tre regioni del Nord sopra citate sommano una disponibilità liquida di ben 53 miliardi di euro (tra i 2.700 e i 3.000 euro a cittadino). La Sicilia, pur avendo accumulato più risorse rispetto al 2019, si ferma a un totale di 4,2 miliardi di euro.
Il dato pro-capite: Questa massa monetaria si traduce in un misero plafond di appena 878 euro a persona per i siciliani, contro una media nazionale di 1.917 euro.
La classifica delle province: Biella al top, la Sicilia arranca
Scendendo nel dettaglio provinciale, il divario si fa ancora più marcato:
–Biella si conferma la provincia più virtuosa d’Italia per propensione al risparmio (14,37%, pari a 599 milioni totali e 3.560 euro a testa).
–Milano custodisce la fetta più grande in termini assoluti: 12,7 miliardi di euro (10,83% del totale nazionale), che equivalgono a 3.920 euro per ogni cittadino milanese.
In coda alla lista si posizionano tristemente tutte le province siciliane: Caltanissetta, Enna, Agrigento, Palermo, Catania, Ragusa, Siracusa e Trapani, con un risparmio pro-capite compreso tra i 770 e i 930 euro.
I dati ufficiali del report del Centro Studi Guglielmo Tagliacarne specificano i numeri precisi relativi alla provincia di Caltanissetta:
–Tasso di propensione al risparmio: A Caltanissetta le famiglie riescono a mettere da parte il 7,1% del proprio reddito disponibile.
–Ammontare complessivo dei risparmi: La massa totale dei risparmi accumulati nella provincia di Caltanissetta è pari a 231,85 milioni di euro.
–Posizione in classifica: Questo risultato colloca la provincia nissena nella parte bassa della graduatoria nazionale (al 95° posto su scala italiana), confermando le forti difficoltà del territorio emerse dallo studio, legate soprattutto alla carenza di lavoro e all’erosione del potere d’acquisto.
Come spiegato da Gaetano Fausto Esposito, Direttore Generale del Centro Studi Tagliacarne, il risparmio in Italia è fortemente concentrato: le prime 15 province per ammontare complessivo assorbono circa il 50% di tutto il risparmio nazionale accumulato.
Negli ultimi cinque anni il divario tra il Mezzogiorno e il resto del Paese si è ampliato. Le ragioni di questo crollo della capacità di accantonamento non risiedono solo nei redditi storicamente più bassi del Sud, ma anche in fattori congiunturali e strutturali:
- Il caro-prezzi: L’inflazione e l’aumento sostenuto dei prezzi al consumo hanno pesato maggiormente sulle famiglie meridionali, costrette a spendere di più per i beni di prima necessità e azzerando la possibilità di mettere soldi da parte.
- La crisi dell’occupazione: Secondo Giuseppe Gargano, segretario generale della Uilca Sicilia, la scarsa propensione al risparmio è legata a doppio filo al tasso di occupazione dell’isola, fermo intorno al 50% (circa 26 punti percentuali sotto la media europea e 12 punti sotto quella nazionale).
- L’emigrazione di massa: Meno lavoro significa anche fuga dei giovani. Solo nel decennio 2004-2014 sono stati 56.000 i giovani che hanno lasciato la Sicilia.
Il risultato è un circolo vizioso drammatico: i risparmi di una vita di genitori e nonni vengono erosi per aiutare figli e nipoti a sopravvivere, mentre la mancanza di nuove opportunità lavorative sta portando a un progressivo e preoccupante processo di desertificazione demografica ed economica della regione.
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