Non è un cigno nero.
È un rinoceronte grigio. Enorme. Visibile. Annunciato. Ignorato.
Contrada Noce non è teatro di un evento imprevedibile, non è vittima di una fatalità. È il prodotto di una scelta. Anzi, di una lunga catena di scelte sbagliate, di omissioni consapevoli, di silenzi colpevoli. È l’emblema di un pericolo reiteratamente segnalato e tuttavia ostinatamente ignorato, da chi avrebbe avuto il dovere di prevenirla. Qui non ha colpito la natura: ha colpito l’uomo. E l’ha fatto sistematicamente.
Come Niscemi, come molte altre ferite che deturpano la Sicilia, Contrada Noce è una cicatrice aperta del malgoverno, dell’abbandono e dell’omissione deliberata. Una lacerazione del territorio spacciata per calamità naturale. Ma la verità è più scomoda: questo dissesto nasce da interventi antropici, dalla violazione sistematica della morfologia dei luoghi, da abusi tollerati per decenni. Mai vigilati. Mai repressi.
Il territorio è stato violentato e poi abbandonato. E oggi presenta il conto.
La Sicilia non sorprende più. L’assenza di manutenzione, il disprezzo per la prevenzione, l’elusione delle regole di sicurezza sono diventati normalità. Una terra di bellezza straordinaria mortificata dal degrado istituzionalizzato. Dove l’emergenza è permanente. Un’apocalisse lenta, quotidiana, resa possibile da amministratori incapaci o peggio, predatori, senza pudore né senso dello Stato.
Ma il vero scandalo non è solo l’incuria. È l’assuefazione. La rassegnazione collettiva. La convinzione tossica che tutto questo sia “naturale”.
Finché la frana non entra in casa propria, tutto viene accettato. Archiviato nell’oblio quotidiano. È la liturgia dell’indifferenza. È la Sicilia del Gattopardo, descritta da Giuseppe Tomasi di Lampedusa: cambiare tutto perché nulla cambi. Una società addestrata a sopravvivere, una mentalità che scambia l’abbandono per destino.
Le frane che divorano territori non sono frutto del fato. Sono atti amministrativi mancati. Sono il risultato di incuria, incompetenza, negligenza e irresponsabilità. Di una gestione del potere che ha tratti feudali: vessazione, bullismo istituzionale, compressione subdola delle libertà democratiche.
Non siamo davanti a una calamità naturale. Siamo davanti a un disastro annunciato. Segnalato. Ignorato. Per anni. Quando bastavano interventi minimi. Quando i costi erano irrisori. Oggi il danno è gigantesco, irreversibile, e come sempre viene scaricato sulla collettività.
Nemmeno le prescrizioni giudiziarie hanno scalfito l’immobilismo. Il dovere di intervenire, di mettere in sicurezza il territorio e le persone, è rimasto lettera morta. Anzi: si è assistito a una miscela tossica di indifferenza, discriminazione e ritorsione verso chi ha osato segnalare una frana. Un territorio che si sgretola alla prima pioggia, dissanguato da interventi antropici predatori.
E no, non è più tollerabile scaricare le responsabilità altrove. Non ci si può travestire da salvatori quando si è parte del disastro. Non ci si può proclamare paladini della legalità mentre si pratica la mistificazione sistematica della realtà. Occultando le vere cause del dissesto. A pagare non possono essere sempre le persone oneste. Deve emergere una responsabilità chiara, netta, ineludibile per questi crimini ambientali.
C’è una verità elementare che andrebbe scolpita nella pietra: le frane insistono sui territori, non nelle aule dei tribunali. Non nelle scartoffie. Sono fenomeni dinamici, in continua evoluzione. Ogni pioggia aggrava il dissesto, ogni ritardo le amplifica.
È davvero possibile che concetti così lapalissiani risultino incomprensibili alle istituzioni preposte? È ammissibile che chi è pagato per tutelare il territorio non impedisca danni a persone e cose? Eppure il disastro avviene. Ogni giorno. Sotto gli occhi, indifferenti, di tutti.
Assistiamo così allo svuotamento quotidiano dei principi costituzionali, traditi da chi dovrebbe incarnarli con disciplina e onore. Figure pubbliche che esercitano una forma di autoritarismo strisciante, protette dall’apatia generale. Un’autorità che vessa persone anziane e malate, che tenta di soffocare il dissenso, è destinato a cadere con tutte le sue connivenze. È solo questione di tempo.
Non basta invocare la legalità se la si calpesta ogni giorno. Questi disastri non sono incidenti. Sono delitti contro l’umanità. E le responsabilità non si prescrivono nella memoria collettiva.
Come ricordava Albert Einstein, il mondo non viene distrutto solo dai delinquenti, ma dall’inerzia di chi vede e tace.
Serve un cambio di rotta. Un percorso virtuoso che restituisca dignità all’azione civica e alla democrazia. Senza paura. Senza esitazioni. Forse saranno le future generazioni a spezzare davvero il copione gattopardesco. Ma solo se oggi si avrà il coraggio di smascherare l’immobilismo, di affrontare la realtà, di assumersi le proprie responsabilità.
È tempo di scegliere. O continuare a sopravvivere nel degrado. O pretendere verità, giustizia, responsabilità.
Contrada Noce è uno specchio. E ciò che riflette non riguarda solo un territorio, ma la coscienza di tutti noi.
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