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Cosimo Lorina e Giacomo Tuccio: “È possibile che la nostra tendenza a giustificare tutto sia diventata la nostra prigione?”

Autore: Redazione Visualizzazioni: 347 Tempo di lettura: 4 Pubblicato il: 10/01/2026
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Cari concittadini,
sediamoci un istante a riflettere sulla nostra identità. Avete notato come a Caltanissetta il “parlar bene” sembri aver ormai sostituito il “fare”? Siamo figli di una dialettica raffinata, capaci di sviscerare ogni problema con un’eleganza che incanta; eppure, spenti i riflettori del dibattito, ci ritroviamo puntualmente al punto di partenza.
Dobbiamo chiederci se la nostra proverbiale cortesia, quel dare sempre ragione all’altro per rifuggire il conflitto non sia, in realtà, una forma sottile di indifferenza. Se assecondiamo tutti per non cambiare nulla, stiamo davvero costruendo una comunità o stiamo soltanto recitando in un teatro di maschere di pirandelliana memoria?
I dati, nella loro fredda implacabilità, parlano chiaro: viviamo in una città progettata per accogliere oltre duecentomila abitanti, ma che oggi ne conta meno di sessantamila. Eppure, si continua a costruire cemento su cemento. Nel frattempo, il centro storico si svuota della nostra anima, trasformandosi in un “non luogo” dove finiamo per sentirci stranieri a casa nostra. Per giustificarci, invochiamo la crisi, la denatalità o l’economia miope. Ma è la verità, o sono solo le quinte di un palcoscenico che usiamo per non guardare in faccia la nostra inerzia?
Se il cuore della città muore, di chi è la colpa? Di chi lo abita oggi o di chi lo ha abbandonato ieri? La nostra classe dirigente ci ha abituati a una politica di promesse proiettate in un futuro ipotetico; una litania di “se sarò eletto, farò” che, nei fatti, somiglia al “passo del gambero”: un movimento che ci trascina inesorabilmente all’indietro.
Abbiamo visto cadere simboli identitari come l’antenna RAI e abbiamo assistito alla migrazione di servizi essenziali verso le province limitrofe. In questo silenzio complice, i nostri figli se ne vanno. Sono obbligati a lasciare questa terra, costretti a chiudere la propria vita in un unico, misero trolley. È una violenza silenziosa: vedere le nostre migliori energie scappare verso un altrove che sappia valorizzarle, mentre noi restiamo qui a contemplare i ruderi del centro storico, discutendo di poli universitari e uffici che forse non vedranno mai la luce.
È possibile che la nostra tendenza a giustificare tutto sia diventata la nostra prigione? Se accettiamo questa deriva, la carità e l’assistenzialismo rimarranno gli unici ammortizzatori sociali. Ma così facendo, stiamo rinunciando a un futuro basato sul lavoro, sull’innovazione e sulla creatività, rassegnandoci a una sopravvivenza fatta di soli sussidi.
In questo scenario, qualcuno ha deciso di smettere di parlare nei caffè e ha iniziato a scrivere alle istituzioni. Questo testo è il grido di chi ama questa terra senza ipocrisie. Ma la domanda più difficile resta per ognuno di noi: siamo pronti a compiere il salto dalla mera competenza alla responsabilità individuale? O preferiamo continuare a essere spettatori della nostra stessa dissolvenza?
Se il principio del “chi sbaglia paga” diventasse la nostra nuova regola etica, quanti di noi sarebbero davvero pronti a sostenere il peso della propria coerenza?

Cosimo Lorina E-mail: lorinacosimo@gmail.com Cell: 348 756 0169
Tuccio Giacomo Cell: 327 4410325

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