Esiste un’arte sottile nella politica italiana, una sorta di “aikido” arte marziale giapponese non competitiva focalizzata sulla difesa personale, dove usi la forza del tuo avversario per proiettarlo lontano, mentre tu ti rifai il trucco.
Il recente Referendum ne è un esempio plastico.
Il fronte del NO ha vinto, la Costituzione è stata “salvata” dai suoi paladini e il Governo Meloni ha perso la sua grande riforma.
Eppure, a osservare bene le stanze di Palazzo Chigi, non si vedono lacrime, ma si sente un forte odore di detergente alle erbe naturali.
Mentre le opposizioni occupavano le piazze per festeggiare la democrazia, Giorgia Meloni stava probabilmente sbarrando caselle su una lista di “pesi morti” con la soddisfazione di chi ha appena finito il “decluttering” (liberarsi in modo consapevole del superfluo) eliminando oggetti inutili o non graditi per fare spazio fisico e mentale.
La vittoria del NO non è stata solo una scelta di voto, è stata la “candeggina politica” necessaria per chiudere pratiche che stavano diventando più polverose di un archivio ad agosto.
Con un colpo di spugna referendario, il Governo ha fatto piazza pulita del capitolo Delmastro, finalmente archiviato nei faldoni dei ricordi, lontano dai riflettori che stavano diventando decisamente troppo caldi per la credibilità di Via Arenula.
Dell’enigma Bartolozzi, un incastro tra diritto, politica siciliana e legami coniugali, lei magistrato e deputata, il marito Armao, avvocato, professore e onnipresente politico siciliano.
E poi il caso Santanchè, la “Pitonessa” che si è dovuta arrendere alle pressioni della premier e di molti esponenti di spicco del suo partito ed ha dovuto infine cedere il passo.
La sconfitta ha offerto l’alibi perfetto, per ripartire serve “aria nuova”, in attesa di vedere che saranno i sostituti, ed il fatto che certi attacchi mediatici non erano più compatibili con la narrazione post-voto.
In breve, la sconfitta ha regalato al Centrodestra una “verginità di ritorno”, un classico in politica, ne sappiamo qualcosa anche dalla nostre parti, permettendo di scaricare i passeggeri scomodi senza dover ammettere colpe, ma semplicemente invocando un “cambio di passo” necessario.
Provate a immaginare però se avesse trionfato il SI.
Sarebbe stata un’apocalisse logistica. La Premier si sarebbe ritrovata a gestire una transizione costituzionale folle, paralizzata da decreti attuativi e guerriglie parlamentari su ogni virgola.
Soprattutto, sarebbe stata costretta a blindare i fedelissimi e con l’ebbrezza della vittoria, non avrebbe mai potuto congedare i vari Delmastro, Bartolozzi o Santanchè, trasformando il Governo in una corazzata pesantissima incagliata nei propri scandali. Il NO, paradossalmente, è stato il suo paracadute d’oro.
Tuttavia, non tutta la polvere è stata spazzata via. C’è un angolo della casa dove la “nuova linfa” sembra essersi cristallizzata, il Ministero delle Infrastrutture.
Qui però entriamo nel regno del fantastico puro per non dire altro.
Il Ministro Salvini, con l’entusiasmo di un bambino che aspetta il Natale, aveva promesso l’inizio dei lavori del Ponte sullo Stretto per l’agosto 2024.
Siamo nel 2026 e l’unico ponte visibile è quello che unisce le varie osservazioni fatte dell’ANAC, dall’IGV, sinoai rilievi della Corte dei Conti.
Un’opera architettonica fatta di carta, ricorsi e battute d’arresto che sta diventando il monumento nazionale alla pazienza e allo spreco, sottraendo importanti risorse economiche ad altri settori molto deficitari.
Mentre la Meloni usa la sconfitta referendaria per rigenerarsi e apparire “vittima del sistema”, Salvini resta col cerino acceso in mano, a disegnare piloni sulla sabbia di una spiaggia mentre mastica la famosa caramella del ponte.
In conclusione il referendum ha salvato la Costituzione, ma ha soprattutto salvato la Meloni da se stessa e dai suoi alleati più ingombranti. Ha ripulito il salotto, ha cacciato gli ospiti rumorosi e ha spalancato le finestre.
Ma attenzione, per parlare di “pulito” c’è ancora qualcosa da fare, considerato che l’unica cosa che si muove nello Stretto sono le correnti marine e i fascicoli giudiziari.
Forse la prossima “pratica” da chiudere per avere vera aria nuova ha un cognome che inizia per S che ha un’ossessione per i plastici, a vendo superato anche colui che ne faceva largo uso. Ad Maiora
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