L’amministrazione statunitense ha già rimborsato circa il 60% dei 165 miliardi incassati con le tariffe del “Liberation Day”, dichiarate illegittime dalla Corte Suprema. Ma l’accesso alla procedura resta riservato ai soli importatori ufficiali, lasciando fuori PMI e consumatori.
L’amministrazione statunitense ha avviato una maxi-operazione di restituzione delle risorse incassate con i dazi doganali del cosiddetto “Liberation Day”. Secondo i dati trasmessi dalla U.S. Customs and Border Protection (CBP) alla Corte per il Commercio Internazionale degli Stati Uniti, Washington ha già versato oltre 100 miliardi di dollari alle aziende importatrici americane, cifra che corrisponde a circa il 60% dei 165 miliardi di dollari complessivamente riscossi sotto la presidenza di Donald Trump.
Il rimborso di massa rappresenta la conseguenza diretta dello storico verdetto pronunciato lo scorso 20 febbraio dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, che ha ridimensionato drasticamente i poteri esecutivi in materia commerciale.
La sentenza della Corte Suprema e lo stop ai poteri d’emergenza
All’origine del rimborso vi è la bocciatura dell’impianto normativo utilizzato dalla Casa Bianca per imporre la raffica di tariffe doganali sui partner commerciali internazionali. I giudici della Corte Suprema hanno stabilito che l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) – la legge federale sui poteri economici in caso di emergenza nazionale – non conferisce al Presidente l’autorità di decretare o innalzare autonomamente i dazi doganali.
La sentenza ha riaffermato un principio costituzionale chiave: la competenza sulle tariffe e sul commercio estero spetta primariamente al Congresso degli Stati Uniti e non può essere esercitata in modo unilaterale dall’Esecutivo senza un’esplicita e dettagliata autorizzazione legislativa.
A seguito della pronuncia, la Corte per il Commercio Internazionale ha ordinato all’Agenzia delle Dogane di predisporre immediatamente i meccanismi per la restituzione delle somme indebitamente riscosse, comprensive degli interessi maturati.
Tempistiche record e cifre del rimborso
I dati emersi nelle ultime ore indicano un ritmo di liquidazione decisamente più rapido rispetto alle attese della stessa amministrazione. Inizialmente, il Segretario al Tesoro Scott Bessent aveva prospettato anni di complessi contenziosi legali e rallentamenti burocratici; al contrario, le strutture doganali sono riuscite a evadere la maggior parte delle prassi nel giro di pochi mesi.
- Somme già erogate: ~100 miliardi di dollari (pari al 60% del gettito totale dei dazi contestati).
- Totale incassato dai dazi dichiarati illegittimi: circa 165 miliardi di dollari.
- Istruttorie ancora in corso: restano pendenti o in fase di lavorazione istanze per oltre 28 miliardi di dollari, parte delle quali bloccate per la mancanza di coordinate bancarie aggiornate da parte delle aziende beneficiarie.
Il paradosso dei beneficiari: chi incassa e chi resta escluso
Se da un lato il rimborso rappresenta una forte iniezione di liquidità per i grandi gruppi industriali ed esteri che figurano come importatori registrati, dall’altro mette in luce un forte squilibrio lungo la catena del valore:
- Importatori registrati e broker doganali: sono gli unici soggetti titolati a presentare domanda attraverso il portale telematico della dogana americana e a ricevere direttamente i fondi.
- Piccole e medie imprese e distributori: le aziende che hanno acquistato le merci da intermediari intermedi facendosi carico dell’aumento dei listini non hanno diritto ad alcun ristoro diretto.
- Consumatori finali: chi ha subito il rincaro dei prezzi al dettaglio a causa del trasferimento a valle dei costi doganali non riceverà alcun indennizzo. La decisione di ripartire o meno i benefici del rimborso ripassando gli sconti ai clienti resta interamente a discrezione dei singoli importatori.
L’impatto sui conti pubblici americani
Oltre alla complessa gestione logistica, l’operazione comporta una significativa revisione contabile per il Tesoro degli Stati Uniti. L’annullamento di oltre 100 miliardi di dollari di entrate precedentemente iscritte a bilancio – unito al pagamento degli interessi maturati nel periodo di giacenza delle somme – produce un impatto diretto sul deficit federale, riaprendo il dibattito politico ed economico sui costi reali della recente guerra commerciale.
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