Si è spento all’età di 86 anni Paolo Cirino Pomicino, figura centrale della Democrazia Cristiana degli anni ’80 e testimone dei passaggi più turbolenti della storia politica italiana. Medico chirurgo prestato alla politica — si laureò con il massimo dei voti lavorando poi al Cardarelli di Napoli — Pomicino ha incarnato per decenni il potere della corrente andreottiana, sopravvivendo alla tempesta di Tangentopoli e tornando sulla scena negli anni 2000.
Dallo “Sportello Pomicino” alle stanze del Bilancio
La sua ascesa politica inizia negli anni ’70 a Napoli, ma è l’approdo alla Camera nel 1976 a segnare la svolta. Come presidente della Commissione Bilancio, trasformò l’organo in un vero “contropotere all’americana”.
Celebre rimase lo “Sportello Pomicino”, un soprannome coniato dagli avversari per descrivere la sua capacità di trovare coperture finanziarie per ogni corrente e partito. “Se lo sportello funziona, è perché qualcuno bussa”, amava ripetere con la sua tipica ironia. Erano gli anni dell’edonismo, delle ville sfarzose — come quella sull’Appia Antica immortalata poi da Sorrentino ne Il Divo — e di una visione della politica che non considerava il denaro un tabù, a patto che servisse a garantire la libertà dell’azione pubblica.
Il “Ministro del Debito” e lo scontro con Cossiga
Nominato Ministro della Funzione Pubblica e poi del Bilancio (1989-1992), Pomicino gestì la fase di massima espansione del debito pubblico. Una crescita che non lo spaventava: sosteneva che, essendo il debito in mano alle famiglie italiane, non rappresentasse una minaccia alla sovranità nazionale.
Le sue posizioni lo portarono spesso in rotta di collisione con le istituzioni economiche e con il Quirinale. Resta agli atti la sferzante critica di Francesco Cossiga, che lo definì “uno psichiatra di scarsa fortuna” e un “analfabeta” prestato al governo di un Paese troppo solido per cadere sotto i suoi colpi.
L’era di “Geronimo” e il calvario giudiziario
Con l’esplosione di Tangentopoli nel 1992, Pomicino scelse la via del giornalismo d’assalto firmandosi come “Geronimo”. Il nome era un omaggio doppio: al capo Apache che difese il suo popolo e al figlio di Carlo V che fermò i turchi a Lepanto. Sotto questo pseudonimo, difese strenuamente la storia della DC contro quella che definiva “la guerra dei lunghi coltelli” delle procure.
Nonostante i 42 processi affrontati (tra cui accuse di associazione camorristica da cui fu assolto), ricevette solo due condanne definitive: una per il caso Enimont e l’altra per i fondi neri Eni. Visse l’esperienza giudiziaria con un distacco quasi filosofico:
“Il carcere non mi ha segnato, l’ho vissuto come una battaglia politica. Avrei voluto fare una festa per l’anniversario dell’arresto, ma i giudici non hanno senso dell’umorismo”.
La salute, la rinascita e gli ultimi anni
La vita di Pomicino è stata segnata anche da gravi problemi di salute: quattro bypass nel 1985, altri due nel 1997 e infine un trapianto di cuore nel 2007. Questi problemi, uniti alle spese legali, lo portarono a momenti di difficoltà economica, tanto da dover vendere la casa storica per pagare le cure.
Tuttavia, la sua parabola politica non si interruppe. Tornò in Parlamento e all’Europarlamento tra il 2004 e il 2008 con l’Udeur e la DC per le Autonomie, chiudendo la carriera pubblica come presidente della Tangenziale di Napoli. Gli ultimi anni sono stati caratterizzati dal secondo matrimonio nel 2014 con Lucia Marotta, celebrato con l’amico di sempre Gianni De Michelis come testimone.
Con la morte di Paolo Cirino Pomicino se ne va un pezzo di quella politica fatta di mediazioni che ha profondamente segnato l’Italia del secolo scorso.
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