Un vecchio adagio dice che “la miglior difesa è l’attacco”, un principio valido sia nella vita quotidiana che in politica.
Se nel calcio questo concetto divide i filosofi del pallone, nella vita pubblica e in politica diventa una regola d’oro, ma non senza pericoli e insidie.
Il concetto è molto semplice, quasi banale.
Chi si rinchiude nella propria area di rigore, subendo passivamente la pressione, prima o poi subirà un gol, ma attaccare non è mai solo una questione di foga agonistica, richiede schemi e giocsatori di un certo livello.
Nel calcio moderno, alzare il baricentro della squadra è fondamentale per non soccombere, ma lanciarsi all’attacco senza una solida struttura è un vero suicidio.
Per attaccare servono schemi ben studiati e giocatori veloci, capaci di saltare l’uomo e coprire nello stesso tempo le ripartenze avversarie.
Senza questi elementi, quello che doveva essere un attacco vincente può trasformarsi in una voragine difensiva, esponendo la squadra a un contropiede fatale.
In politica, la dinamica in fondo è la stessa.
Spesso vediamo leader che, messi alle strette, rispondono alzando i toni o addirittura cambiando argomento pur di non rispondere alle domande, scomode, che gli vengono poste, tuttavia se si decide di passare all’offensiva senza avere argomenti, schemi o esponenti credibili, il disastro è dietro l’angolo.
Il rischio è quello del famoso “cappotto” calcistico, perchè l’avversario può sfruttare la disordinata aggressività per mettere in luce le lacune, trasformando l’attacco in un assist per la stessa sconfitta.
In questo teatrino, il pubblico, che siano tifosi allo stadio o elettori, non è una massa acritica che si beve tutto, magari fa finta di credeci, ma poi al bar dello sport, le verità vengono fuori.
Un tifoso con un minimo di buon senso e spirito autocritico, riesce a vedere chiaramente quando la propria squadra del cuore meriti la sconfitta o di retrocedere, si rende conto se mancano le idee o se gli avversari stanno dominando gioco e campionato.
Quando la realtà mette in evidenza l’inadeguatezza della squadra, assistiamo però spesso al triste spettacolo, alcune volte patetico e al limite del ridicolo, dei dirigenti che cercano di salvare il salvabile con la classica “frittata girata”.
Si incolpa l’arbitro, il palo colpito, il rigore negato, la sfortuna fino ad arrivare all’ultima, disperata spiaggia di gridare al complotto.
Raccontare di “poteri oscuri” che remano contro, che l’arbitro fischia sempre rigori contro, perché spinto da chi gli brucia una recente sconfitta, è l’unico modo per non ammettere il proprio fallimento, il vero racconto lo si fa sul campo e rispondendo sulle contestazione ricevute..
Ma ignorare i tifosi che mettono in luce le lacune e, peggio ancora, non rispondere alle critiche, rende la leadership non solo poco credibile, ma anche “corresponsabile” se non addirittura “colpevole”.
Se non si risponde sui temi, è chiaro che non si hanno argomenti per contrastare le critiche, o meglio, le accesuse
Tuttavia, esiste una via d’uscita per salvare almeno la dignità, ammettere le responsabilità e comunicare la verità, riconoscere i propri limiti e ammettere gli errori tattici può sembrare un segno di debolezza, ma invece è l’unico modo per riconquistare un po’ di rispetto.
Chi ha il coraggio di fare un “mea culpa” sincero, riconoscendo anche di aver sbagliato i compagni di viaggio, dal direttore tecnico a quello sportivo, riesce a disinnescare le critiche dei tifose e magari anche il contropiede avversario, tornando ad essere umano e credibile agli occhi di chi osserva.
Tuttavia, quando non si riesce nemmeno a compiere questo atto di onestà intellettuale, non è da tuuti, e ci si ostina a difendere l’indifendibile con l’arroganza di credersi infallibili, nonchè i migliori, mentre la squadra spronda in fondo alla classifica, l’unica soluzione rimasta per salvare la faccia e evitare il disonore totale è rassegnare le dimissioni.
Lasciare il campo non è una fuga, ma l’ultimo gesto di rispetto verso chi ha continuato a credere fino all’ultimo minuto, prima che l’ostinazione trasformi una sconfitta sportiva in una “bancarotta” morale, causando un enorme danno ai tifosi e alla città che si rappresenta sulla maglia. Ad Maiora
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