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Finanza Pubblica 2026: La coperta è cortissima. Tra tagli alla Difesa, crescita al palo e vincoli UE, il DFP di Giorgetti è una scommessa al limite

Last updated: 02/06/2026 12:21
By Redazione 60 Views 8 Min Read
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​Un Documento di finanza pubblica (DFP) all’insegna del realismo, o forse della rassegnazione. Il Consiglio dei ministri ha approvato le nuove linee programmatiche per le casse dello Stato e le parole del Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti non lasciano spazio a trionfalismi: “I margini di bilancio sono particolarmente assottigliati.

Non viviamo in condizioni normali”. Dietro la retorica della “flessibilità” e della “responsabilità” contro gli shock energetici e il conflitto in Medio Oriente, si nasconde una manovra fortemente costretta, caratterizzata da stime di crescita riviste al ribasso, pesanti nodi strutturali e un cortocircuito strisciante con le nuove regole di Bruxelles.

​Se il MEF prova a rivendicare un percorso di rientro del deficit più rapido del previsto nel 2025 (chiuso al 3,1% rispetto al 3,3% ipotizzato inizialmente), l’analisi approfondita dei numeri fa emergere quattro grandi criticità strutturali che apriranno inevitabilmente il fianco a dure critiche politiche ed economiche.​

1. La crescita rallenta: il miraggio dello 0,6%​La prima nota dolente riguarda il PIL. Il Governo è stato costretto a tagliare le stime di crescita per il 2026, portandole dallo 0,7% di ottobre a un modesto 0,6%. Anche per il 2027 la crescita si fermerà sulla stessa cifra, per poi toccare uno scarno 0,8% nel biennio successivo.Una crescita dello 0,6% rasenta la stagnazione economica. Con decimali così esigui, basta una qualsiasi fluttuazione negativa sui mercati o sui costi energetici per azzerare lo sviluppo e trascinare il Paese in recessione tecnica. Le opposizioni criticheranno la mancanza di una visione industriale capace di generare vero slancio, riducendo l’azione di governo a una mera gestione dell’esistente.

​2. Spese militari e impegni NATO: il dietrofront sulla Difesa​Nel testo si legge che, per fare fronte ai rincari delle materie prime energetiche e sostenere le famiglie, sarà necessario “ridefinire le priorità e riprogrammare gli aumenti previsti in altri ambiti, inclusa la difesa”.Questa è una parziale retromarcia rispetto agli impegni internazionali. L’Italia è da tempo sotto la lente dell’Alleanza Atlantica per il mancato raggiungimento del target di spesa del 2% del PIL per la Difesa. Riprogrammare (ovvero tagliare o congelare) i fondi destinati ai militari espone il Paese a critiche sul piano internazionale da parte degli alleati NATO, proprio in un momento di fortissima tensione geopolitica.​

3. La “morsa” del Superbonus e un debito immobile​I dati macroeconomici confermano il forte impatto del passato sui conti attuali. Il debito pubblico subirà una fiammata nell’anno in corso, salendo al 138,6% del PIL (rispetto al 137,1% del consuntivo 2025). Il MEF attribuisce esplicitamente questa impennata all’impatto di cassa dei vecchi crediti d’imposta legati ai bonus edilizi (Superbonus).Sebbene il Governo continui a usare i crediti edilizi come scudo politico per giustificare i propri limiti finanziari, gli analisti finanziari guardano con forte preoccupazione alla traiettoria del debito. La discesa promessa dal 2027 (al 138,5%) è infinitesimale (appena lo 0,1% in meno) e troppo lenta. Con tassi di interesse ancora alti, il costo di rifinanziamento di questa enorme mole di debito rischia di fagocitare le poche risorse disponibili.

​4. Il fattore UE: Un deficit al 2,9% sul filo del rasoio del nuovo Patto​.

Il vero banco di prova del DFP è il posizionamento dei conti rispetto al nuovo Patto di Stabilità e Crescita europeo, approvato nella sua veste definitiva ad aprile 2024.

Il Governo ha fissato il target di deficit al 2,9% per il 2026 (rispetto al 2,8% ipotizzato in precedenza).

Si tratta di un’operazione di equilibrismo politico ed economico che svela luci e ombre:​La soglia del 3% e la promozione “al pelo”: Prevedendo il 2,9%, l’Italia riesce teoricamente a posizionarsi nella “zona di sicurezza” sotto il tetto europeo del 3%. Tuttavia, lo scarto dalla soglia di pericolo è minimo (appena lo 0,1% di PIL), lasciando al Paese zero margini di errore di fronte a shock imprevisti.

Inoltre, lo slittamento ufficiale della previsione di uscita dalla procedura per deficit eccessivo al 2027 dimostra che l’aggiustamento strutturale cammina a passo ridotto.

​La stretta sulla Spesa Netta: Le nuove regole europee si concentrano sulla traiettoria della spesa primaria netta. Il DFP evidenzia che la crescita di questo indicatore nel 2025 ha superato i limiti concordati con l’UE.

Per il 2026, il Governo stringe i freni programmatici portandola all’1,6%. Rallentare la spesa netta mentre si promette di sostenere i redditi configura un paradosso: per mantenere i bonus sociali e il taglio del cuneo, il Governo sarà costretto a operare tagli lineari sui ministeri (sanità, scuola, trasporti), alimentando le proteste interne per un’austerità mascherata.​La scappatoia del “conto di controllo” e degli interessi.

Il MEF sottolinea che le deviazioni registrate si mantengono “entro le soglie di tolleranza” complessive stabilite dall’UE (la deviazione massima annua consentita è dello 0,3% del PIL).

Inoltre, l’Italia beneficia fino al 2027 di una clausola transitoria: l’aumento della spesa per interessi sul debito (prevista al 4,2% del PIL) viene riconosciuto come “fattore mitigante”.

Questo permette alla Commissione UE di “scontare” parzialmente lo sforzo richiesto, evitando per ora lo scontro frontale.​In conclusione​Il DFP 2026 fotografa un’economia italiana in modalità “sopravvivenza”.

L’Italia si posiziona formalmente in regola con Bruxelles, ma sfruttando al massimo le flessibilità e le tolleranze temporanee concesse dal nuovo Patto.

Il Ministro Giorgetti si muove sul filo del rasoio, presentando un bilancio blindato dove ogni singola risorsa destinata al sociale viene strappata a un investimento strutturale o alla difesa.

Una strategia puramente difensiva che difficilmente basterà a rassicurare i mercati e i partner europei sul futuro della crescita italiana, specialmente quando, dal 2028, le clausole transitorie scadranno e i nodi del debito arriveranno definitivamente al pettine.

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