Tra le impugnative di Palazzo Chigi e la spinta delle autonomie regionali, con il Veneto apripista per il centrodestra, il dibattito sul suicidio medicalmente assistito resta bloccato in Parlamento tra veti politici e nodi tecnici.
A sette anni dalla storica sentenza n. 242/2019 della Corte Costituzionale, che ha stabilito la non punibilità dell’aiuto al suicidio a determinate condizioni, l’assenza di una legge quadro nazionale continua a creare una profonda spaccatura in Italia. Se a livello centrale il percorso legislativo si trova su un binario morto, a muoversi sono i territori regionali.
La mappa delle Regioni: dal centrosinistra al caso Veneto
Nel vuoto normativo lasciato dal Parlamento, diverse Regioni hanno scelto di regolamentare autonomamente le procedure ed i tempi di accesso al suicidio medicalmente assistito.
A tracciare la strada sono state inizialmente Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, i cui provvedimenti regionali sono finiti sotto la scure del Governo con la decisione di Palazzo Chigi di impugnarli davanti alla Consulta per questioni di competenza statale.
A settembre 2026 si è aggiunto un passaggio cruciale: l’approvazione della legge sul suicidio assistito da parte del Veneto. Quest’ultima rappresenta un passaggio politico di rilievo, essendo la prima Regione a guida di centrodestra a legiferare sul tema.
Lo stallo al Senato tra “nodi tecnici” e accuse di ostruzionismo
Mentre le amministrazioni regionali approvano norme territoriali, a Palazzo Madama il fascicolo resta fermo nelle commissioni riunite Giustizia e Sanità. Sul tavolo vi sono due testi contrapposti: la proposta dell’opposizione a prima firma Bazoli (Pd) e il testo unificato della maggioranza Zanettin (Fi) – Zullo (Fdi).
Le divergenze riguardano principalmente i paletti di accesso alla misura, la natura dei comitati etici chiamati a valutare le richieste e il coinvolgimento del Servizio Sanitario Nazionale: la sinistra punta alla gratuità ed alla presa in carico pubblica, mentre la destra preferirebbe un iter esterno al SSN].
Dallo scorso giugno, dopo la richiesta di sospensiva avanzata da Fratelli d’Italia per condurre una mediazione, i lavori non hanno fatto registrare passi avanti.
- La posizione della maggioranza: Per Pierantonio Zanettin (FI) la commissione attende ancora i pareri governativi[cite: 1]. Il presidente della Commissione Sanità, Francesco Zaffini (FdI), attribuisce lo stop a questioni tecnico-scientifiche: “Siamo in attesa che l’Istituto Superiore di Sanità individui un dispositivo idoneo all’autosomministrazione per i soggetti totalmente immobilizzati. Risolto questo aspetto tecnico, il testo potrà andare in Aula[cite: 1]”.
- L’attacco dell’opposizione: Di parere opposto il dem Alfredo Bazoli, che definisce il blocco una “scusa tecnica”: “Non serve un macchinario specifico per approvare un quadro normativo[cite: 1]. Il centrodestra ha deliberatamente affossato la legge[cite: 1], preferendo lasciare la materia nella palude politica piuttosto che affrontarla in Aula”.
Senza un intervento correttivo a livello nazionale, il contenzioso tra Stato e autonomie locali sembra destinato ad ampliarsi ulteriormente davanti alla Corte Costituzionale.
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