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Il crepuscolo della politica: quando l’aula diventa un “ring” personale

Last updated: 23/04/2026 7:36
By Sergio Cirlinci 173 Views 6 Min Read
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C’è un confine sottile, ma invalicabile, che separa la dialettica politica dallo scontro personale, l’interesse pubblico dalla difesa del proprio scranno.

Mercoledì sera, durante l’ultima seduta del Consiglio Comunale, qui l’articolo, quel confine non è stato solo valicato, ma è stato letteralmente calpestato.

In una città che attende risposte su servizi e futuro, il palcoscenico istituzionale è stato trasformato in un’arena per un’autodifesa anche dell’amministrazione che poco ha a che fare con il bene comune.

Iniziare un Consiglio con due ore di ritardo è già, di per sé, un manifesto, che dimostra la mancanza di rispetto verso i cittadini, presenti o collegati in streaming, ed è il primo sintomo di una politica che ha smesso di guardare all’esterno per concentrarsi esclusivamente sul proprio ombelico.

Ma ciò che è seguito è stato ancora più sconcertante.

Abbiamo assistito a un paradosso. Il luogo dove si dovrebbero difendere i diritti della cittadinanza è diventato il fortino in cui difendere la propria immagine.

Quando il dibattito si sposta su sospensioni di partito, accuse di gettare del “fango” e su vicende personali, la Politica con la “P” maiuscola esce dall’aula.

Qualcuno, durante la serata, ha esclamato: “Questa non è politica”.

È stata forse l’unica frase dotata di senso in una serata da dimenticare. Se la politica diventa solo un gioco di posizionamento, di attacchi reciproci e di arroccamento sulle poltrone, allora il patto di fiducia con gli elettori è ufficialmente rotto.

Un aspetto che deve far riflettere, e preoccupare ogni libero cittadino, è la crescente insofferenza verso la critica sia sui giornali che sui social. Oggi, far notare un’inopportunità, sollevare un dubbio sulla trasparenza o chiedere un passo indietro per tutelare la dignità delle istituzioni viene etichettato come un attacco personale, una diffamzione o, cosa più grave, un errore da non commettere.

Questa tendenza alla denuncia facile, al vittimismo di fronte al controllo democratico, ricorda sinistramente periodi storici che speravamo di aver consegnato al passato.

La “bagarre”, i toni accesi, le telecamere staccate nel momento cruciale dello scontro tra banchi della maggioranza e dell’opposizione sono fotogrammi di una pagina nerissima.

Mentre l’amministrazione rivendica i propri successi tecnici, il clima umano e politico racconta una storia diversa, quella di una scollatura profonda con la realtà.

I cittadini non chiedono scuse postume o chiarimenti “nelle sedi opportune”, chiedono che chi siede in quell’aula senta il peso e l’onore della rappresentanza e del mandato ricevuto dagli elettori.

In ultima analisi, è necessario comprendere che certi atteggiamenti non giovano minimamente alla salute della nostra democrazia né incentivano la partecipazione civica.

Al contrario, questo modo di fare politica, basato spesso su un’arroganza figlia della forza dei numeri e su una mentalità che vede il potere come un possesso personale anziché come un servizio temporaneo, non fa altro che produrre un deserto sociale.

Quando il confronto si riduce a una prova di forza muscolare e l’aula diventa sorda alle istanze di trasparenza, i cittadini smettono di sentirsi rappresentati e si allontanano dalle istituzioni.

È il trionfo dell’astensionismo e della sfiducia.

Se non si recupera l’umiltà del dialogo e il rispetto del dissenso, il rischio è che la politica resti un affare privato di pochi, mentre la città continua a scivolare verso un declino che non è solo economico, ma soprattutto morale e civile.

Al di là di quello che possano pensare o dire i protagonisti di questa vicenda, chiusi nelle loro logiche di schieramento, resta un dato oggettivo innegabile. Quella di ieri è stata sicuramente una delle pagine più brutte della nostra storia recente. Una serata a cui i cittadini sono stati, loro malgrado, costretti ad assistere, testimoni di un decadimento che la città non merita. Ad Maiora

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