“Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia. Tutto il resto è propaganda”
Questa fulminea massima del giornalista argentino Horacio Verbitsky racchiude in pochissime parole l’essenza stessa di una professione che, oggi più che mai, si trova a un bivio cruciale.
Non si tratta di una semplice definizione accademica, ma di una vera e propria linea di demarcazione etica, da un lato c’è la ricerca della verità, dall’altro il servizio del potere.
Se il giornalismo si limita a riportare le veline ufficiali, a fare da megafono a dichiarazioni preconfezionate o a compiacere gli inserzionisti pubblicitari, smette di essere tale. Diventa pubbliche relazioni. Diventa, appunto, propaganda.
Troppo spesso si pensa che l’autorevolezza nel giornalismo sia una questione di tesserini, di anni di carriera o di blasonate testate alle spalle. Non è così. Non importa da quanto tempo si faccia giornalismo, l’indipendenza non si misura con il tempo, ma con la capacità, la libertà e il coraggio di farlo.
“Essere giornalisti è prima di tutto una questione di mentalità, un modo di essere, di concepire la vita e i rapporti con gli altri. È un atteggiamento intellettuale che rifiuta il compromesso comodo e il cameratismo con il potere. Chi interpreta questa professione come una missione sa che non possono esistere sconti, trattamenti di favore o corsie preferenziali per nessuno, che si tratti del parente, dell’amico, del politico di turno o del grande inserzionista. Lo sguardo del cronista deve rimanere equo, distaccato e rigoroso nei confronti di chiunque.
In questa ottica di rigore e lealtà, le notizie, siano esse belle o brutte, che vadano contro o a favore delle proprie convinzioni, vanno sempre e comunque date. Sottrarre un fatto all’opinione pubblica per ripicche personali, calcoli di opportunità o interessi particolari non è una scelta editoriale, è un’omissione etica, una profonda mancanza di rispetto verso i lettori e la prova inconfutabile di non essere dei veri professionisti.
Il vero giornalismo indipendente non nasce per essere simpatico o accomodante. Al contrario, la sua natura intima è strutturalmente scomoda. Il suo compito principale è illuminare gli angoli bui, scavare dove la terra è stata deliberatamente compattata per nascondere segreti, e fare domande a cui i potenti preferirebbero non rispondere.
Quando l’informazione è libera e non deve rispondere a niente e a nessuno, se non alla coscienza del cronista e al diritto dei cittadini di essere informati, si trasforma nel più potente anticorpo contro la corruzione, l’abuso di potere e la manipolazione sociale.
Per rimanere fedele alla provocazione di Verbitsky, la stampa deve slegarsi dalle catene che cercano di bloccarlo.
Un giornalista non può essere il tifoso di una fazione; deve muoversi come un osservatore critico, analizzando i fatti con lo stesso identico rigore, a prescindere dal colore del governo in carica.
Quando i grandi media dipendono esclusivamente dai finanziamenti di colossi industriali o bancari, o peggio da rapporti stretti con la politica, il rischio di autocensura diventa sistematico. L’indipendenza da cose o persone è la madre dell’indipendenza intellettuale.
Nell’era digitale, il sensazionalismo fine a se stesso, il clickbait, la tecnica che usa titoli sensazionali, esagerati o fuorvianti per spingere gli utenti a cliccare sul link dell’articolo, è una forma di propaganda soft, che distrae il pubblico anziché informarlo.
In una democrazia sana, i poteri dello Stato si bilanciano a vicenda. Ma chi controlla che questo meccanismo non si inceppi? È qui che entra in gioco la stampa, tradizionalmente definita il “Quarto Potere”.
Se questo potere abdica al suo ruolo di vigilanza, i cittadini rimangono ciechi.
Senza un giornalismo d’inchiesta che sveli ciò che si vorrebbe tenere nascosto, l’opinione pubblica non ha gli strumenti per giudicare, per scegliere consapevolmente e, se necessario, per dissentire.
Difendere i giornalisti indipendenti, soprattutto quelli che rischiano la carriera, la libertà o la vita per pubblicare verità scomode, non è una battaglia di categoria. È una battaglia collettiva.
Ogni volta che una voce libera viene silenziata, ricattata o addomesticata, la società perde un pezzo della sua libertà.
Ricordare le parole di Verbitsky significa proprio questo e a ricordarci che l’informazione ha valore solo quando squarcia il velo del consenso artificiale, senza fare sconti a nessuno.
Tutto il resto, per quanto elegantemente confezionato, rimane solo rumore di fondo.
Quando si scrive, non si può e non si deve pensare a quanti apprezzeranno ciò che è stato riportato, né tantomeno preoccuparsi di chi si andrà a infastidire o rincorrere il contatore delle visualizzazioni. Raccontare la verità è spesso un atto impopolare e raramente garantisce un successo facile o immediato, ma è un dovere al quale non ci si può sottrarre, ed è proprio questo che un lettore davvero libero sa riconoscere e apprezzare.
Un giornalista potrà essere criticato per le opinioni che esprime o per il modo in cui sceglie di raccontare i fatti, ma quando finisce la polemica, ciò che resta è soltanto la sostanza della verità offerta al pubblico.
Ad Maiora

Foto generata da Gemini
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