“E’ anche una responsabilità dell’Europa” chiede Amiry Moghaddam, direttore del Centro IHR
“Dopo questa guerra la popolazione iraniana ha capito che la crisi non ha mai avuto a che vedere con la loro condizione di oppressione: all’inizio circolavano speranze per un ‘cambio di regime’, ma poi Israele e Stati Uniti hanno bombardato anche ospedali, scuole e università oltre agli obiettivi militari, e tanta gente è morta. Adesso il tema dei diritti umani deve tornare centrale”. Parte da qui la riflessione per l’agenzia Dire di Mahmood Amiry Moghaddam, fondatore e direttore dell’Iran Human Rights (Ihr), con sede a Oslo, all’indomani di un cessate il fuoco che in queste ore sembra sempre più fragile.
“Il fatto che all’inizio tante persone in Iran fossero felici per l’arrivo delle bombe di Usa e Israele- chiarisce Moghaddam- è indicativo anche di quanto la gente fosse disperata e oppressa. Ma poi l’obiettivo di ‘liberare gli iraniani’ è stato accantonato, finché il presidente Trump è arrivato a minacciare di annientare l’intera civiltà iraniana, e nessuno ha più creduto che lo scopo di questo conflitto fosse davvero il benessere dei cittadini”.
Di contro, anche per il regime è chiaro che la vera minaccia alla sua esistenza non arriva dall’esterno, “bensì è interna: è un regime che non poggia sulla legittimazione della popolazione“. Da qui, “l’escalation nella repressione interna: il regime lotta per difendere la sua stessa esistenza”.
Dalla Norvegia, l’organizzazione IHR dal 2005 compie studi sullo stato dei diritti in Iran e porta avanti azioni di sensibilizzazione sulle violazioni e la repressione da parte della Repubblica islamica che, dal 28 febbraio, “ha intensificato la presa sui cittadini“. Il blackout di internet e le minacce a chi fa uscire informazioni dal Paese non rendono semplice “la conta dei danni”, ma secondo le testimonianze raccolte, continua l’esperto, “tra le 2mila e le 3mila persone sono state arrestate. Tra loro oppositori politici ma anche difensori dei diritti, noti o meno noti”.
Il regime ha inoltre intensificato le esecuzioni. Continua Moghaddam: “Una persona è stata giustiziata per spionaggio, altre quattro per aver preso parte alle manifestazioni di gennaio contro il governo mentre sei erano membri di un gruppo di opposizione”. Una cifra enorme in poco tempo, che non si registrava da anni.
Moghaddam sostiene dunque il ruolo della comunità internazionale nel riportare al centro “delle richieste fondamentali, tra cui il rilascio dei prigionieri di coscienza e lo stop alle esecuzioni”, a partire dagli Stati Uniti, ma anche e soprattutto dall’Unione europea, che secondo il direttore dell’Iran Human Rights (Ihr) deve “condizionare i rapporti politici ed economici con l’Iran al rispetto degli standard democratici e dei diritti umani”. L’esperto ricorda la chiusura dei canali diplomatici dopo l’attentato che l’Iran compì in un ristorante di Berlino nel 1992, quando eliminò i vertici di un gruppo di opposizione in esilio. “L’Unione europea sa e deve farlo- avverte il direttore- tenendo sempre presente che, sebbene il cambiamento debba arrivare dall’interno, in questo momento la popolazione corre troppi rischi. L’Europa deve sostenere gli iraniani, anche dichiarando apertamente le ragioni per cui l’Iran di oggi rappresenta una minaccia per la regione: non è un Paese democratico e se vogliamo una soluzione duratura, l’Ue deve esercitare pressioni mirate” conclude.
Fonte Agenzia Dire www.dire.it di Alessandra Fabbretti
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