Si è tenuto presso il Museo Archeologico di Aidone l’evento formativo promosso dall’Ordine dei Giornalisti, in collaborazione con il Comune e il Parco Archeologico di Morgantina e della Villa Romana del Casale. Al centro del dibattito il tema cruciale: «Giornalisti contro le mafie: archeomafie in Sicilia, Chiesa, massoneria e politica locale».
L’incontro, moderato da Nino Costanzo, ha visto un’ampia convergenza istituzionale con gli interventi del direttore del Parco Carmelo Nicotra, della sindaca Anna Maria Raccuglia, e dei vertici delle forze dell’ordine e territoriali, tra cui il comandante provinciale dei Carabinieri Alfredo Beveroni, il prefetto Ignazio Portelli e il capo di gabinetto della Questura Giancarlo Rapisarda. Ognuno di essi ha rimarcato quanto sia vitale una sinergia trasparente tra istituzioni e mondo dell’informazione.
Tra i contributi più significativi spicca l’analisi di Mario Barresi, vicedirettore de «La Sicilia». Barresi ha tracciato le coordinate del giornalismo d’inchiesta contemporaneo riassumendole in due concetti chiave, la fatica e la speranza.
Ricordando casi complessi come l’indagine sul Cefpas, il giornalista ha messo in guardia l’uditorio dalle insidie tecnologiche attuali, in particolare sul delicato rapporto tra l’informazione e l’Intelligenza Artificiale, richiamando alla memoria gli errori strategici già commessi in passato con l’avvento del web e dei canali social.
“Le minacce non sono più esplicite o violente come un tempo, ma si muovono attraverso canali
istituzionali e centri di potere strutturati sotto forma di querele e azioni legali temerarie.”
La riflessione più allarmante di Barresi riguarda proprio l’evoluzione delle pressioni subite dai cronisti. Se un tempo l’intimidazione mafiosa o di potere si esprimeva tramite minacce dirette oggi si assiste a una mutazione sofisticata, l’uso sistematico di querele e azioni risarcitorie pretestuose provenienti da centri di potere organizzati. Strumenti normalmente legittimi che vengono tuttavia distorti per trasformarsi in formidabili deterrenti economici e psicologici contro il giornalismo scomodo.
Accanto a Barresi, l’evento ha raccolto altre voci fondamentali per comprendere la complessità del territorio: il giornalista Giuseppe Martorana ha richiamato la memoria giudiziaria dei magistrati Terranova e Saetta; Don Paolo Buttiglieri ha unito pastorale e cronaca citando l’esempio di Don Pino Puglisi; infine, l’archeologa Serena Raffiotta ha evidenziato il divario profondo tra un’informazione profonda capace di creare consapevolezza civile e una stampa superficiale che rischia di aggravare l’isolamento culturale delle aree più fragili.
Le conclusioni dell’incontro, affidate a Francesco Paolo Giordano (già procuratore a Caltanissetta e Siracusa), hanno giustamente richiamato i modelli di rigore e sacrificio di Falcone e Livatino.
Tuttavia, il quadro emerso ad Aidone solleva un velo su un fenomeno tanto diffuso quanto silente, l’autocensura protettiva.
Per evitare il calvario giudiziario ed economico di cause infinite, molte testate giornalistiche, specialmente quelle locali e indipendenti, prive di solidi scudi legali, scelgono deliberatamente di tenersi lontane da argomenti scottanti o legati a potentati locali.
Questo “passo indietro”, dettato da un istinto di sopravvivenza aziendale e personale, va inevitabilmente a totale discapito della qualità e della completezza dell’informazione dei cittadini.
Quando la paura delle ripercussioni legali supera il dovere di cronaca, interi territori rischiano di scivolare in un pericoloso deserto informativo, dove le opacità del potere smettono di essere indagate.
La vera credibilità e la sopravvivenza della democrazia passano dunque non solo dal coraggio dei singoli giornalisti, ma dalla capacità della società e del legislatore di disinnescare queste minacce sofisticate, restituendo serenità a chi ha il compito di vigilare sui fatti reali.

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