Quando il disagio è nostro, la protesta monta…meno quando è degli altri
È un meccanismo umano, quello cioè che quando ci troviamo di fronte a un disagio serio che ci tocca da vicino, che si tratti dell’inefficienza esasperante di un servizio pubblico, di una mancanza strutturale, nell’assistenza sanitaria, di un abuso sul lavoro o di una chiara ingiustizia sociale, la nostra reazione istintiva è quella di cercare conforto, ascolto e, soprattutto, solidarietà da parte degli altri.
Lo viviamo giornalmente e lo vediamo soprattuttutto sui sociale, quando bussiamo alla porta dell’opinione pubblica, condividendo le nostre sofferenze per alcuni disagi e ci aspettiamo, spesso pretendiamo, che chi ci circonda si attivi e ci supporti.
Il nostro grido diventa forte e il bisogno di sentirci parte di una lotta comune è urgente.
Ci sentiamo delle vittime e cerchiamo il sostegno degli altri, diventando la nostra unica speranza di salvezza o di risoluzione del problema.
Tuttavia, emerge poi un’amara verità quando la situazione cambia o si invertono ruoli e protagonisti.
Quando cioè gli stessi disservizi, le stesse mancanze, le stesse ingiustizie colpiscono il vicino, un amico, un semplice conoscente o anche un perfetto sconosciuto.
In questo caso assistiamo a un disinteresse che sfiora la totale indifferenza.
Il problema, non toccando direttamente la nostra vita quotidiana, viene ridotto a “è una questione altrui”; se non mi riguarda, non mi interessa, e soprattutto, non mi faccio coinvolgere.
In sostanza, si fa finta di nulla, si minimizza e si passa avanti.
Questa solidarietà a intermittenza è uno dei mali più gravi della nostra società.
Non è solo la mancanza di empatia a preoccupare, ma anche tutto ciò che ne deriva in quanto non si comprende che da soli alcune battaglie non si vincono.
La vera sfida per una collettività non è mobilitarsi solo quando il danno ci colpisce direttamente, ma comprendere e agire sul principio che un’ingiustizia subita da un altro è comunque un’ingiustizia che, prima o poi, potrebbe colpire anche noi.
L’attivismo civico, la protesta contro l’arroganza del potere, la lotta per il riconoscimento dei diritti e contro gli abusi non dovrebbero essere una reazione emotiva e isolata, ma un valore costante e un dovere civico.
Se desideri e cerchi “supporto” nei momenti difficili, è fondamentale essere pronti a offrirlo, senza riserve, quando qualcun altro ne ha bisogno.
Combattere insieme contro le ingiustizie del sistema, le mancanze del settore pubblico o l’indifferenza delle istituzioni è l’unica vera garanzia per un futuro in cui i diritti siano rispettati per tutti.
Il messaggio è forte e chiaro. Se oggi volti le spalle quando un sopruso colpisce un altro, non puoi lamentarti domani o aspettarti aiuto quando la stessa cosa potrebbe colpire te.
La solidarietà non è un interruttore da attivare solo quando fa comodo, ma è il fondamento di una comunità che si sostiene a vicenda.
Pretendere aiuto senza mai averlo offerto è un qualcosa che non si può chiedere.
Ecco perché dobbiamo essere attivi nel protestare e nel sostenere sempre anche quanto non ci tocca persionalmente, perché è proprio nei momenti di indifferenza generale che l’ingiustizia si radica e diventa nel tempo un qualcosa di normale.
Cosa ancora più grave è quando il disagio colpisce noi direttamente, ma lasciamo che siano gli altri a cercare di risolvere il problema, per paura di esporsi, perché in fondo il motto “pari mali” prevale sempre. Un esempio lampante, anche se ne potrebbemmo fare tanti altri, lo abbiamo avuto lo scorso anno con la crisi idrica, quando a protestare erano sempre i soliti nonostante il problema toccasse l’intera collettività.
Ricordiamoci che la lotta per la giustizia, che altro non è che il riconoscimento dei propri diritti, è una responsabilità che riguarda tutti noi e non può essere usata ad intermittenza. Ad Maiora
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