Ci accusano ogni tanto di essere “cattivi”. Ci dicono che esageriamo, che usiamo il sarcasmo come una clava e che non portiamo il dovuto rispetto ai “palazzi” della politica locale e della cronaca di tutti i giorni.
Vorremmo rassicurarvi che la legge la conosciamo bene e le nostre “cattiverie” restano sempre scrupolosamente entro i confini del consentito. Ma, soprattutto, vorremmo chiarire un piccolo malinteso di fondo.
Quando mettiamo in fila le gaffe di un assessore, le promesse elettorali mai mantenute, le buche stradali diventate patrimonio dell’UNESCO o le infinite tragedie quotidiane del nostro territorio facendoci sopra una battuta, non lo facciamo per puro diletto sadico. Non ce l’abbiamo con il politico di turno perché ci sta antipatico, né scriviamo per il semplice gusto di deridere qualcuno.
La verità è un’altra: la realtà locale è spesso così pesante, immobile e talvolta persino tragica, che se la raccontassimo sempre e solo con i toni solenni del melodramma finiremmo per fare i “tragediografi”.
E a cosa servirebbe? A farvi chiudere l’articolo dopo tre righe con un senso di angoscia e rassegnazione.
Usare la satira, l’ironia e un pizzico di sano sarcasmo è delle volte la nostra scelta editoriale.
Trasformare un’inefficienza pubblica o un paradosso burocratico in una caricatura permette di digerire un rospo che altrimenti resterebbe sullo stomaco. Ridere ci salva dalla rassegnazione.
Una critica formale rischia di perdersi nel grigiore del politichese. Una battuta ben riuscita, invece, resta impressa. Evidenzia il problema, lo mette a nudo e lo mostra in tutta la sua assurda gravità. Delle volte si ride, è vero. Ma non sempre per scherzo.
Quando sorridiamo o raccontiamo anche tramite il Pettirosso Nisseno di un ritardo nei lavori pubblici, dell’ennesima dichiarazione surreale di chi ci governa o delle voci che girano, dietro quel sorriso c’è sempre un fondo di profonda amarezza. L’ironia non sminuisce la gravità di ciò che accade: la esalta, spogliandola da tutte le sovrastrutture e le scuse ufficiali.
Non facciamo satira per “distruggere”, ma per mostrare la realtà senza il filtro delle solite sviolinate, che già se ne leggono troppe. Non ci interessa neanche fare i primi della classe né cercare l’approvazione di chi arriccia il naso sostenendo che questo non sia “vero giornalismo”., noi lasciamo ad altri i formalismi e la caccia alle medaglie, a noi interessa raccontare i problemi veri del territorio, senza peli sulla lingua e ponendo sempre quelle domande scomode che molti preferiscono evitare.
È, in alcuni casi, il nostro modo di fare informazione, dire cioè le cose esattamente come stanno, senza l’ansia da prestazione dei solenni sermoni moralistici, ma con la lucidità tagliente di chi non si fa prendere in giro.
Anche se a molti ciò fa venire il prurito, noi continueremo a raccontarvi la cronaca, la politica e le piccole grandi storie del nostro territorio a modo nostro.
Con ironia, sì. Con sarcasmo, certo. E con quella giusta dose di “cattiveria” che serve a ricordarci che, anche quando ci scappa una risata, stiamo parlando di cose serie e della vita reale. Ad Maiora
Il Direttore Responsabile Sergio Cirlinci
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