Il nodo dei negoziati di pace e del futuro dell’Ucraina apre un nuovo fronte diplomatico tra Palazzo Chigi e le istituzioni europee. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha inviato una lettera formale al presidente del Consiglio europeo, António Costa, per denunciare la continua proliferazione di formati diplomatici ristretti e l’esclusione di Roma dai vertici cruciali. La risposta arrivata da Bruxelles, tuttavia, è un netto “picche”.
La mossa di Roma: la lettera a Bruxelles e la richiesta di un “rappresentante unico”
All’indomani dei colloqui ristretti tenuti tra rappresentanti dell’Ucraina, degli Stati Uniti, della Francia, della Germania, del Regno Unito (il cosiddetto E3) e della Banca mondiale sulla ricostruzione e sul futuro del Paese invaso, la premier è tornata alla carica.
Nella sua missiva a Costa, Meloni ha stigmatizzato la «proliferazione di formati diplomatici e iniziative concorrenti», avvertendo che l’impressione di un’Europa divisa non fa che avvantaggiare gli interessi di Mosca. Da qui la richiesta formale:
- Parlare con una sola voce: individuare un unico rappresentante ufficiale per la questione ucraina.
- Portare il tema a Dublino: inserire la questione nell’ordine del giorno del vertice informale dei leader UE per arrivare a una decisione definitiva in occasione del Consiglio europeo di dicembre.
Pur ribadendo formalmente di non cercare “un posto per l’Italia a nessun tavolo specifico”, la mossa evidenzia il disagio geopolitico di fronte all’ennesima esclusione dell’esecutivo italiano dai circuiti decisionali che contano di più.
Bruxelles risponde picche: i posti sono bloccati
Le rimostranze italiane si sono scontrate contro un muro di realismo diplomatico e istituzionale all’interno dell’Unione. Fonti diplomatiche europee interpellate sulla questione hanno chiarito che la struttura attuale non cambierà:
- I gabinetti di António Costa e Ursula von der Leyen lavorano in stretta intesa con il formato ristretto dell’E3 (Parigi, Berlino e Londra).
- Eventuali tavoli al vertice vedranno la rappresentanza dell’Unione affidata unicamente ai vertici di Consiglio e Commissione.
- Il Regno Unito, essendo fuori dall’Unione Europea, rende peraltro impossibile una convergenza esclusiva sotto il cappello dei soli leader comunitari.
Tra i Ventisette persistono inoltre divisioni di fondo (tra chi vede il baricentro su Costa e chi su von der Leyen), ma la linea dominante a Bruxelles è che i tavoli attuali siano già definiti e non vi sia margine per allargare la composizione o aggiungere sedie per Roma.
I motivi dell’isolamento e le contraddizioni interne
Dietro l’esclusione dell’Italia dai dossier strategici pesano non solo i rigidi equilibri tra i grandi Stati membri, ma anche alcune ambiguità nella linea di politica estera e nella tenuta della maggioranza di governo:
- Le crepe interne: nel governo e nella stessa maggioranza parlamentare non c’è una voce univoca sul conflitto, con esponenti e alleati che oscillano tra il sostegno incondizionato e posizioni di forte scetticismo verso i pacchetti di aiuti militari.
- Il posizionamento internazionale: la ricerca di sponde atlantiche dirette (in particolare con l’amministrazione Trump) in momenti di tensione commerciale e strategica con l’Unione Europea ha finito per depotenziare il peso negoziale di Roma nei momenti di svolta continentale.
Mentre l’asse franco-tedesco-britannico — affiancato dalle istituzioni comunitarie — continua a dettare la linea strategica e di sicurezza, l’Italia rischia di trovarsi confinata in una posizione marginale, costretta a rincorrere i tavoli negoziali dopo che le decisioni sono già state prese altrove.
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