Mentre la premier Meloni cavalca l’emotività dei casi di cronaca, dalla famiglia nel bosco a Domenico, contraddice le sue stesse leggi.
la “Legge Foti” riscrive le regole della responsabilità: la colpa grave viene depotenziata e il risarcimento ricade interamente sulle tasche dei contribuenti.
C’è una distanza siderale tra la narrazione social di Palazzo Chigi e la realtà dei decreti firmati dal Governo. Da un lato, Giorgia Meloni si mostra vicina al dolore delle famiglie, come nel tragico caso del piccolo Domenico, scomparso all’ospedale Monaldi di Napoli per un errore nel trapianto di cuore. Dall’altro, il suo esecutivo ha blindato una riforma che, di fatto, rende quasi impossibile rivalersi sui medici responsabili di quegli stessi errori.
La strategia sembra essere quella del “doppio binario”: il bastone dei decreti, come il Decreto Caivano, che manda in carcere i genitori se i figli saltano la scuola, e la protezione degli apparati quando l’errore nasce dallo Stato. Un corto circuito evidente quando la premier invia gli ispettori contro i giudici della “Casa nel bosco”, colpevoli di aver applicato proprio lo spirito del decreto Caivano togliendo i figli a chi non li istruiva, mentre il suo partito, Fratelli d’Italia, promuove leggi che “legano le mani” alla Corte dei Conti.
Il cuore della questione risiede nella norma approvata lo scorso 7 gennaio, voluta dal capogruppo di FdI Tommaso Foti. La legge introduce una modifica sottile ma devastante: non costituisce più “colpa grave” la violazione determinata dal riferimento a indirizzi giurisprudenziali prevalenti o pareri delle autorità.
In parole povere: se un medico commette un errore macroscopico seguendo una prassi obsoleta o un parere tecnico, lo Stato risarcisce il danneggiato, ma non può più chiedere un centesimo al medico. La “colpa medica” svanisce nel nulla giudiziario, e il conto viene presentato direttamente ai cittadini.
A sollevare il dubbio di incostituzionalità è stata la sezione pugliese della Corte dei Conti, citando un caso emblematico di malpractice. Un chirurgo di Manduria era stato condannato a risarcire circa 118 mila euro per un intervento alla spalla eseguito con tecniche “obsolete” e “a cielo aperto” invece che in artroscopia, causando gravissimi danni al paziente.
Secondo i giudici contabili, la Legge Foti renderebbe impunibili condotte simili, violando gli articoli 3, 32 e 97 della Costituzione, uguaglianza, salute e buon andamento della PA. Se la Consulta non interverrà, casi come quello di Manduria o quello del piccolo Domenico vedranno lo Stato pagare milioni di euro di tasca pubblica, senza alcuna possibilità di rivalsa verso chi ha materialmente sbagliato.
Mentre sui social i comitati vicini al governo pubblicano grafici in cui i medici “pagano sempre” e le toghe “non pagano mai”, la realtà legislativa dice l’esatto contrario. Grazie allo “scudo erariale” voluto dai meloniani, la responsabilità professionale viene sterilizzata. Il risultato? Un sistema dove l’errore non ha più un responsabile diretto, ma solo un pagatore universale: il contribuente.
La separazione delle carriere e la riforma della giustizia sembrano tasselli di un puzzle più ampio, dove la responsabilità di chi esercita funzioni pubbliche o sanitarie viene sfumata in nome di una protezione politica che rischia di lasciare i cittadini due volte vittime, nel corpo e nel portafoglio.
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