Mentre le Forze di Difesa Israeliane stringono la morsa sul Libano meridionale ordinando evacuazioni di massa fino al fiume Zahrani, le dure accuse delle ONG internazionali accendono i riflettori sulla strategia di lungo periodo del governo Netanyahu e della sua ala ultranazionalista.
Non più soltanto un’operazione di sicurezza contro le postazioni di Hezbollah, ma una precisa e progressiva strategia di espansione territoriale. È questo il duro atto d’accusa lanciato da Oxfam nei confronti delle autorità israeliane. Secondo l’organizzazione non governativa, l’escalation militare in corso non risponderebbe soltanto a necessità tattiche immediate, ma nasconderebbe il tentativo di ridisegnare stabilmente i confini e le aree di influenza nella regione.
A dare forza a questi timori, d’altronde, sono le stesse dichiarazioni pubbliche che arrivano dai vertici più radicali dell’esecutivo di Tel Aviv. In prima linea c’è il controverso ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, esponente di spicco dell’estrema destra ultranazionalista, che non fa nulla per nascondere i propri obiettivi geopolitici, evocando apertamente una presenza permanente israeliana ben oltre le linee di demarcazione stabilite.
Il fronte libanese: l’evacuazione si spinge fino al fiume Zahrani
Le preoccupazioni della comunità internazionale e delle organizzazioni umanitarie trovano un riscontro concreto sul terreno, in particolare nel Libano meridionale. Nelle ultime settimane, i portavoce militari delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno progressivamente esteso i propri ordini di evacuazione diretti alla popolazione civile libanese.
L’ultimo e più significativo diktat impone lo sgombero forzato dell’intera area situata a sud del fiume Zahrani, un corso d’acqua strategico situato ben più a nord rispetto al fiume Litani (storico limite geopolitico delle passate risoluzioni ONU). I messaggi diffusi sui canali social dell’esercito israeliano parlano chiaro: “I raid aerei sono in corso e l’IDF opera con una forza considerevole nella zona. Rimanere a sud dello Zahrani mette in pericolo la vostra vita”. Una mossa che, secondo gli analisti, punta a svuotare interamente la regione per creare una massiccia “zona cuscinetto” che rischia di trasformarsi in un’occupazione di fatto.
Il fattore Ben-Gvir e le pressioni sulle sanzioni UE
La retorica incendiaria di Ben-Gvir continua a surriscaldare il clima politico internazionale. Il ministro è finito nuovamente al centro delle polemiche globali per aver esaltato l’operato delle forze di sicurezza in video controversi e per aver apertamente irriso attivisti internazionali pro-palestinesi (come quelli della Global Sumud Flotilla), mostrati bendati e ammanettati.
Questo atteggiamento sta spingendo diverse cancellerie europee a superare la linea della cautela diplomatica. L’Italia, per bocca del ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha formalmente accelerato la richiesta in sede d’Unione Europea per l’applicazione di sanzioni mirate contro i ministri estremisti del governo israeliano, tra cui lo stesso Ben-Gvir. Una linea sostenuta con forza anche dalle opposizioni interne italiane, secondo cui figure come Ben-Gvir “non rappresentano un’eccezione isolata, ma la regola” dell’attuale gestione politica del conflitto.
L’allarme umanitario di Oxfam
Nel suo rapporto, Oxfam evidenzia come la combinazione tra lo sfollamento di massa della popolazione e la sistematica distruzione delle infrastrutture civili stia rendendo invivibili vaste aree del Libano e dei territori palestinesi, preparando il terreno per una riconfigurazione geografica permanente. L’ONG lancia un appello urgente alla comunità internazionale affinché si eserciti una pressione diplomatica reale sulla leadership israeliana, per fermare una “macchina da guerra” che, dietro l’imperativo della difesa strategica, rischia di legalizzare una nuova stagione di annessioni territoriali forzate, seppellendo definitivamente ogni residua speranza di stabilità in Medio Oriente.
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