«Non me la sento». Con poche parole, intrise di rispetto e stima, Pep Guardiola ha declinato nella notte l’offerta di rilanciare la Nazionale italiana. Un «no» pronunciato alla presenza dei nuovi vertici azzurri, Paolo Maldini e Leonardo, condito da un sincero «grazie, sono onorato, ma in questo momento non è la scelta giusta per me».
Si spegne così sul nascere il sogno di vedere l’ex condottiero del Manchester City sulla panchina dell’Italia. Per i tifosi azzurri il ritorno alla realtà è un repentino passaggio dalle stelle al profilo più di battuta: quello di Andrea Pirlo.
Dietro il «no» dell’allenatore catalano, reduce dall’addio ai Citizens dopo un ciclo di dieci anni, non ci sarebbero questioni economiche. Secondo le ricostruzioni, le voci su richieste ingaggiari astronomiche da 20 milioni di dollari – a fronte di un’offerta italiana dimezzata – sarebbero speculazioni giornalistiche.
A prevalere nella testa di Pep è stata la necessità di staccare la spina per dedicarsi alla famiglia e a se stesso dopo anni d’intensità al vertice. Inoltre, il progetto di rifondazione del calcio italiano richiede un orizzonte lungo, di almeno 8-10 anni: una prospettiva troppo vincolante per chi, pur volendo riposare ora, potrebbe avvertire il richiamo del campo e del lavoro quotidiano con i club già tra pochi mesi. Un’onestà intellettuale garantita dal profondo legame di amicizia che unisce Guardiola a Maldini.
Inaspettatamente fuori dai giochi la suggestione Guardiola, la dirigenza azzurra è costretta a virare sui profili alternativi. Nel cassetto di Maldini e Leonardo spunta il «Piano P»: puntare su Andrea Pirlo, considerato una figura di innovazione per spezzare con il passato e avviare un nuovo corso tattico e metodologico, oltre ad rappresentare una soluzione economicamente più sostenibile.
Tuttavia, il quadro resta fluido. Diversi club di Serie A spingono per una soluzione di comprovata grinta ed esperienza immediata, perorando la causa di un ritorno di Antonio Conte.
Nel frattempo, la governance azzurra predica la calma: «Non c’è fretta», ha sottolineato Paolo Maldini al suo primo intervento pubblico da direttore tecnico. La sensazione è che il futuro della panchina della Nazionale rimanga sospeso in una fase di riflessione strategica prima dell’affondo decisivo.

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