Il Presidente francese e il Premier spagnolo si schierano apertamente contro il modello Meloni-Frederiksen, definendo gli hub nei Paesi terzi inefficienti e contrari ai valori comunitari.
Una frattura profonda attraversa i corridoi del Consiglio Europeo sul tema della gestione dei flussi migratori. Il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez hanno espresso una ferma e
netta opposizione alla creazione di centri di rimpatrio per migranti situati in paesi terzi, scontrandosi apertamente con l’asse guidato dall’italiana Giorgia
Al termine dei lavori del vertice europeo a Bruxelles, le dichiarazioni dei due leader dell’Europa mediterranea hanno delineato una chiara distanza ideologica e pratica rispetto alle recenti proposte di esternalizzazione delle frontiere, un dibattito che sta infiammando le cancellerie di tutto il continente.
L’inquilino dell’Eliseo non ha usato mezzi termini per bocciare la proposta di istituire degli “hub di rimpatrio” fuori dai confini dell’Unione Europea, definendoli soluzioni inefficienti dal punto di vista economico e strategico. Macron ha annunciato una battaglia formale sul piano finanziario, ponendo un veto preventivo all’uso dei fondi comuni.
“Mi opporrò fermamente a che il bilancio comunitario sia utilizzato per la costruzione di questi centri. Tali strutture non faranno altro che sprecare preziose risorse economiche, e l’Europa in questo momento storico non ne ha molte da disperdere in progetti inefficienti.”
Secondo la visione di Parigi, l’efficacia delle politiche di rimpatrio deve passare attraverso il rafforzamento della cooperazione bilaterale con i paesi di origine e di transito, anziché attraverso la creazione di strutture terze che rischiano di sollevare complesse problematiche giuridiche e di rispetto dei diritti umani fondamentali.
Sánchez difende l’inclusione e i bisogni delle imprese Sulla stessa lunghezza d’onda si è posizionato il premier spagnolo Pedro Sánchez. Minimizzando lo scontro personale con la controparte italiana, Sánchez ha inquadrato la discussione come un “dibattito necessario” che coinvolge tutte le democrazie europee, ma ha ribadito l’inutilità pratica
dei centri esterni.
Il capo del governo di Madrid ha voluto spostare il focus del dibattito verso una gestione costruttiva e pragmatica del fenomeno migratorio, focalizzata sulla regolarizzazione e sull’inclusione socio-lavorativa all’interno degli Stati membri.
“I centri di rimpatrio esterni sono inutili e non risolvono alcuna delle criticità strutturali. Dobbiamo invece puntare su percorsi di regolarizzazione e inclusione: questo è l’approccio corretto ed è esattamente ciò che il nostro tessuto produttivo e le nostre imprese ci chiedono ogni giorno per colmare le carenze di manodopera.”
Un’Europa divisa sui modelli di gestione La presa di posizione di Macron e Sánchez rappresenta un duro freno alle ambizioni dei 14 Paesi membri che, a margine dell’approvazione parlamentare del nuovo regolamento sui rimpatri,
avevano celebrato i progressi verso una linea più dura e focalizzata sulla dimensione esterna.
Il confronto attuale mette in luce due visioni diametralmente opposte del futuro dell’Unione: da un lato l’approccio securitario e di esternalizzazione incarnato dal modello italo-danese, dall’altro una linea che difende la centralità del diritto comunitario, la sostenibilità economica e l’integrazione come risorsa per lo sviluppo del continente.
Il presente articolo costituisce una rimodulazione e sintesi giornalistica delle dichiarazioni ufficiali rilasciate a Bruxelles il 19 giugno 2026 sul dibattito del Consiglio Europeo relativo ai centri di rimpatrio in paesi terzi.

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