Nel mirino della Procura di Roma la rete di contatti legata alla società Stretto di Messina. L’opposizione chiede lo stop all’appalto, ma la maggioranza frena: “Nessun passo indietro”.
L’inchiesta sull’iter amministrativo del Ponte sullo Stretto di Messina si arricchisce di un nuovo, pesante capitolo. I pubblici ministeri della Procura di Roma stanno infatti stringendo il cerchio attorno a una fitta rete di relazioni che fa capo a figure chiave vicine agli ambienti politici e societari del progetto. L’ipotesi degli inquirenti è che ci sia stato un tentativo sistematico di agganciare e influenzare i magistrati della Corte dei Conti incaricati del controllo sulla delibera decisiva per l’opera.
Secondo quanto ricostruito dalla Procura di Roma – sulla base di un’attività investigativa nata inizialmente in Calabria e sviluppata dalla Guardia di Finanza – il modus operandi per accattivarsi i favori dei giudici contabili era ben collaudato. Il sistema prevedeva il coinvolgimento dei magistrati in associazioni e convegni, sfruttando l’organizzazione di incontri pubblici per favorire la nascita di relazioni personali. A questo si aggiungevano promesse di avanzamento professionale e prospettive di carriera una volta dismessa la toga, oltre alla creazione di occasioni di contatto informale per “ammorbidire” le posizioni dei controllori.
Al centro di questa rete ci sarebbero l’avvocato calabrese e dirigente della Lega Giacomo Francesco Saccomanno e l’imprenditore Vincenzo Virgiglio. L’obiettivo primario era conquistare la fiducia dell’ex magistrato contabile Tommaso Miele, ma dalle intercettazioni emerge un quadro ancora più inquietante, legato al tentativo di arruolare almeno altri due componenti della Corte dei Conti per ottenere un parere favorevole all’opera e garantirsi informazioni riservate. Nello specifico, Virgiglio rassicurava Saccomanno in una conversazione affermando testualmente di avere altri due membri da portargli, facendo esplicito riferimento alla possibilità di contare sull’appoggio di altri magistrati.
Il fulcro dell’intera vicenda ruota attorno alla gestione dei fondi e alle autorizzazioni necessarie per far partire i cantieri, un iter che ha visto un passaggio fondamentale nel giugno 2025, quando il Cipess ha approvato la delibera per stanziare tredici miliardi e mezzo di euro per il progetto del Ponte. Per l’efficacia del provvedimento e la successiva pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, l’atto deve ricevere il via libera definitivo, ovvero la cosiddetta “bollinatura”, da parte della Corte dei Conti. Gli inquirenti ipotizzano che i tentativi di corruzione servissero proprio a superare indenni questo delicatissimo passaggio burocratico.
Un altro aspetto cruciale al vaglio della magistratura riguarda i presunti contatti tra gli indagati e i vertici della società Stretto di Messina e del consorzio Webuild-Eurolink. In particolare, gli investigatori stanno approfondendo un episodio risalente a ottobre 2025, secondo cui Saccomanno avrebbe ricevuto informazioni riservate e le avrebbe poi riferite direttamente all’amministratore delegato della società Stretto di Messina, Pietro Ciucci. Resta ancora da chiarire se i tentativi di agganciare ulteriori interlocutori ministeriali si siano effettivamente concretizzati.
La fuga di notizie sull’indagine ha immediatamente riacceso il dibattito politico, sollevando un polverone sulle sorti dell’infrastruttura. Dall’opposizione, Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde e deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, ha chiesto l’immediata sospensione di tutte le procedure relative all’appalto, definendo lo scenario emerso estremamente inquietante.
La replica della maggioranza di governo, tuttavia, non mostra segni di cedimento. Francesco Filini, responsabile del programma di Fratelli d’Italia, ha blindato l’opera dichiarando con fermezza che il progetto andrà avanti e che non verrà fatta nessuna marcia indietro.
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