La salute di una democrazia si misura dalla forza e dalla vitalità della sua opposizione e dalla sua capacità di tollerare e persino incoraggiare la critica
Quando il potere politico, a qualsiasi livello, inizia invece a limitare l’espressione del dissenso e a tentare di silenziare i suoi critici, scatta un campanello d’allarme non solo per i diritti individuali, ma per l’intera struttura dello Stato di diritto.
La libertà di espressione, sancita dall’Articolo 21 della Costituzione italiana, non è un lusso, ma il fondamento su cui si costruisce un dibattito pubblico informato e plurale.
Questo diritto, che comprende ovviamente anche la libertà di stampa, è vitale affinché l’opposizione politica possa adempiere al suo ruolo essenziale di “cane da guardia” del governo.
Ma spesso il silenzio è auto-imposto e bisogna riconoscere che non tutti si sentono o sono nelle condizioni di criticare apertamente il potere in generale.
Da un lato c’è il politico cauto che sceglie la strategia dello “stare con due piedi in una scarpa“, preferendo non inimicarsi il “potere” per non perdere potenziali favori, risorse, o per non compromettere future alleanze e posizioni. Il timore di “dispiacere” prevale infatti sull’imperativo democratico della vigilanza.
Dall’altro c’è il giornalismo, diciamo, “vincolato”, dove giornalisti e testate, frenano la critica a causa di legami spesso più o meno visibili ma potentissimi, ci sono “fili” che ne muovono le loro dita, legati ad interessi economici, pubblicitari, o a una proprietà o editori che intrattengono rapporti stretti con certi ambienti o con la sfera politica, se non addirittura quando chi detiene il potere, non solo politico, ne è il propritario diretto o indiretto.
Le limitazioni imposte dal potere al dissenso raramente avvengono con la palese imposizione della censura. Le strategie odierne sono più subdole, ma non meno efficaci.
Abbiamo ad esempio l’hackeraggio o l’utilizzo strategico di querele per diffamazione, che hanno lo scopo non tanto di vincere in tribunale, quanto di intimidire e spaventare politici, giornalisti e testate, costringendoli a desistere dall’indagare o parlare su questioni scomode a causa degli elevati costi legali e del rischio di risarcimenti.
La trasformazione della radiotelevisione pubblica in megafono del governo è un sintomo classico, che porta a una riduzione degli spazi per le voci critiche e dell’opposizione, minando di conseguenza il principio di pluralismo informativo.
Quello che si mette in moto è la campagna sistematica di delegittimazione dei critici, vengono mostrati al pubblico ed etichettati come “pesonaggi professionalmente non validi”, “nemici del popolo”, “fabbricatori di fake news” o addirittura “traditori“, creando un clima di ostilità che mette a rischio la loro sicurezza e credibilità agli occhi dell’opinione pubblica, scoraggiando chi vorrebbe affiancarli o sostenerli.
Come anche limitare l’accesso a fonti e documenti, rendere complessa la trasparenza amministrativa, far in modo che certe notizie non arrivino, sono tutti modi indiretti per soffocare la possibilità di una critica fondata e informata.
In un contesto dove la libertà di espressione è sotto pressione, il ruolo dell’opposizione politica e del giornalismo indipendente diventano cruciali.
L’opposizione politica non deve solo articolare un’alternativa di governo, ma anche ergersi a paladina della trasparenza e dei diritti democratici.
Tuttavia, la difesa della libertà non può ricadere solo su pochi, la società civile, le associazioni di giornalisti, gli ordini professionali e i cittadini stessi hanno la responsabilità di sostenere il chi critica, ovviamente su basi fondate, sia esso un politico o un giornalista, valorizzandone e supportandone attivamente l’attività politica e le testate che mantengono una linea critica anche a costo di scontentare il potere.
Insomma non lasciarli soli a lottare perchè la storia insegna che il passo da una vera democrazia a una democrazia illiberale o autoritaria è spesso breve.
Inizia con il silenziare i critici, prosegue con la neutralizzazione dell’opposizione e si conclude con un potere che non ha più limiti.
Mantenere la libertà di espressione sia nella politica che nella stampa è la battaglia per preservare l’essenza stessa della nostra stessa democrazia, anche perchè finché si può criticare il potere, c’è speranza di cambiarlo.
In conclusione, il presente discorso si basa sull’analisi di dinamiche generali e universalmente riscontrabili in diversi contesti, di conseguenza il riferimento a persone, partiti, o specifiche entità è puramente casuale; se qualcuno dovesse risentirsi è perchè probabilmente ha la coda di paglia.
E’ chiaro che dinamiche di potere descritte si applicano a tutti i livelli, dal nazionale, al regionale a quello comunale come anche all’interno alle varie organizzazioni, dove la critica e la libertà di espressione sono sempre un termometro della salute democratica e organizzativa. Ad Maiora
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