FI ottiene garanzie sui dati biometrici, opposizioni in piazza contro il decreto
Il muro contro muro con le opposizioni cambia presto scala e, nel giro di ventiquattr’ore, l’interlocutore diventa Bruxelles. Da Palazzo Berlaymont arriva un richiamo di principio chiaro ed inequivocabile: «Il riconoscimento facciale negli spazi pubblici accessibili è vietato dall’AI Act», mette in chiaro l’esecutivo guidato da Ursula von der Leyen, pur evitando di entrare direttamente nel merito di un decreto legislativo nazionale ancora aperto e in fase di definizione.
Palazzo Chigi calibra con cura i tempi verbali e il tono della replica ufficiale: l’Italia «continuerà a rispettare la normativa europea, come fatto finora». Una formula diplomatica che lascia intuire ampi margini per qualche ritocco formale e sostanziale nell’ultimo passaggio in Consiglio dei ministri — programmato forse già per il 4 agosto —, senza tuttavia arretrare sulla linea politica di fondo, che punta a collocare il Paese «all’avanguardia» nella governance dell’intelligenza artificiale.
I primi segnali concreti di limature arrivano direttamente dall’interno della maggioranza di governo. Il parere espresso da Forza Italia ha portato al rinvio del voto nella commissione Affari europei alla Camera, facendo emergere nitidi distinguo rispetto alle posizioni di Fratelli d’Italia e consentendo di fissare precisi paletti difensivi nelle commissioni Giustizia e Affari costituzionali.
Tensioni e mediazioni nella maggioranza
Dal canto suo, l’esecutivo assicura che il decreto nasce «in perfetta coerenza» con il quadro normativo dell’Unione Europea: il ricorso alle tecnologie di riconoscimento facciale sarebbe strettamente circoscritto alle eccezioni straordinarie già previste da Bruxelles, prima fra tutte il contrasto al terrorismo. Nelle indagini penali ordinarie, l’intelligenza artificiale resterebbe un mero strumento integrativo, sempre soggetto al preventivo e rigoroso vaglio giudiziario. Il vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani ha ribadito: «L’Ue ha dato delle linee e noi le seguiremo».
Il nodo principale resta legato agli articoli 8 e 10 del decreto, oggetto anche di un’interrogazione europea del deputato dem Brando Benifei: le norme contestate prevedono l’autorizzazione anche solo orale per il riconoscimento biometrico in tempo reale e la conservazione fino a sette giorni dei dati biometrici raccolti in luoghi sensibili come stadi e manifestazioni di piazza.
A Montecitorio la tensione è salita quando è saltato il banco sul parere della relatrice di Forza Italia, Cristina Rossello, favorevole al testo ma integrato da osservazioni vicine ai rilievi formulati dall’opposizione: «Servono regole chiare, garanzie solide». Per esponenti delle opposizioni come Marianna Madia (Iv), Vinicio De Luca (Pd) e Riccardo Magi (+Europa), l’episodio ha rappresentato la prova evidente di una maggioranza in forte affanno e confusione.
L’intesa garantista e la protesta in piazza
Lo strappo si è successivamente ricomposto all’interno delle commissioni riunite Giustizia e Affari costituzionali, dove il parere è stato approvado con il voto favorevole del centrodestra e il no compatto delle opposizioni. Il testo emendato introduce tuttavia maggiori garanzie sulle banche dati e subordina l’uso della tecnologia all’autorizzazione formale del giudice anziché a quella del solo pubblico ministero. «Il provvedimento è stato sensibilmente migliorato in senso garantista», ha commentato il relatore Paolo Emilio Russo.
Fuori dalle aule parlamentari, intanto, la protesta si sposta nelle piazze: i gruppi di opposizione hanno dato vita a un rumoroso flash mob davanti a Palazzo Chigi esibendo lo striscione: «No al Grande Fratello d’Italia».

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