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Separare per garantire: il SÌ come atto di coraggio politico

Last updated: 12/01/2026 17:53
By Redazione 118 Views 5 Min Read
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Riceviamo e pubblichiamo

Il referendum sulla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri non rappresenta un giudizio su un governo né una contrapposizione politica contingente. È, piuttosto, una prova di maturità istituzionale per la Repubblica e un passaggio cruciale nel dibattito, ormai pluridecennale, sulla funzionalità del sistema giudiziario.

Da tempo si riconosce, trasversalmente, che la giustizia italiana soffre di lentezze strutturali, di un eccesso di autoreferenzialità e di una marcata influenza delle correnti associative. Si tratta di criticità ampiamente documentate e raramente contestate. Tuttavia, quando si prospetta una riforma capace di incidere sull’assetto ordinamentale della magistratura, emergono resistenze che spesso si presentano come difesa di principi, ma che rischiano di tradursi nella conservazione di equilibri consolidati.

La separazione delle carriere non è una proposta ideologica, né una misura punitiva nei confronti della magistratura. È, piuttosto, un intervento di razionalizzazione costituzionale, volto a rafforzare la terzietà del giudice e la chiarezza dei ruoli nel processo. L’attuale unitarietà della magistratura, nata in un contesto storico diverso e animata da finalità condivisibili, ha nel tempo mostrato limiti evidenti: la permeabilità tra funzione requirente e funzione giudicante, unita al peso crescente delle correnti, ha contribuito a indebolire la percezione di imparzialità del sistema.

In questo quadro, anche il Consiglio superiore della magistratura ha assunto progressivamente un ruolo centrale nella gestione delle carriere e degli incarichi, con dinamiche che hanno spesso alimentato l’idea di un autogoverno poco trasparente. La tutela dell’indipendenza della magistratura non può coincidere con la difesa di assetti che rischiano di comprometterla: l’indipendenza si rafforza attraverso la distinzione delle funzioni e la separazione dei poteri, non mediante la loro sovrapposizione.

Non è casuale che nei principali ordinamenti europei la distinzione tra chi accusa e chi giudica sia netta e strutturale. Il caso italiano rappresenta, sotto questo profilo, un’eccezione difficilmente giustificabile sul piano comparato.

Le preoccupazioni relative a possibili squilibri o abusi non possono tradursi in immobilismo. Il controllo democratico si esercita attraverso la legge e il dibattito parlamentare, non attraverso consuetudini corporative. In questo senso, il voto contrario o l’astensione non esprimono prudenza, ma contribuiscono a mantenere uno status quo che ha già mostrato i suoi limiti. In un referendum privo di quorum, l’astensione equivale, di fatto, a una scelta conservativa.

L’idea che l’unitarietà della magistratura costituisca oggi una garanzia di equilibrio appare sempre meno convincente. Già in passato, autorevoli giuristi e protagonisti della vita istituzionale – da Agostino Viviani a Giovanni Maria Flick, da Giuliano Amato a Luciano Violante, fino a più recenti riflessioni maturate anche alla luce delle vicende emerse negli ultimi anni – hanno riconosciuto la necessità di ripensare il modello.

Votare SÌ significa affermare che la terzietà del giudice è un valore irrinunciabile, che la giustizia deve essere percepita come un servizio al cittadino e non come un ambito di autogoverno chiuso, e che l’indipendenza dei magistrati deve accompagnarsi a responsabilità e trasparenza. La riforma non esaurirà da sola tutti i problemi del sistema, ma rappresenta un primo passo indispensabile per restituire credibilità alla giustizia e fiducia ai cittadini.

Scegliere il cambiamento, oggi, significa assumersi una responsabilità verso le istituzioni e verso il futuro dello Stato di diritto.

Calogero Jonathan Amato – Dirigente Regionale PSI Sicilia”

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