L’annuncio dell’intesa tra Washington e Teheran e la imminente riapertura dello Stretto di Hormuz fanno precipitare le quotazioni del greggio sui mercati internazionali. Per i consumatori italiani, però, gli sconti alla pompa arriveranno con il contagocce. Ecco perché.
Una svolta improvvisa scuote i mercati globali e riaccende le speranze per l’economia internazionale. Nelle ultime ore, Stati Uniti e Iran hanno annunciato il raggiungimento di uno storico accordo di pace, che sarà formalmente siglato a Ginevra – destinato a porre fine a quasi quattro mesi di altissima tensione e a decretare la riapertura immediata dello strategico Stretto di Hormuz.
La reazione delle borse e delle materie prime non si è fatta attendere: si è registrato un vero e proprio crollo verticale delle quotazioni del petrolio. Il Brent è sceso rapidamente in area 83 dollari al barile e il WTI americano ha perso oltre il 5% attestandosi intorno agli 80 dollari. Numeri che sanciscono l’allontanamento definitivo dai picchi shock registrati lo scorso 30 aprile, quando il barile aveva sfondato la soglia record di 126 dollari.
Se i mercati finanziari festeggiano con un rally e i listini azionari volano verso nuovi record, l’interrogativo che si pongono milioni di automobilisti italiani è immediato.
Quando caleranno i prezzi di benzina e diesel alla pompa?
La risposta, purtroppo, risiede nelle rigide dinamiche della filiera energetica e nel noto fenomeno dei “prezzi a doppia velocità”.
Nonostante il crollo del greggio, la discesa dei prezzi dei carburanti per i consumatori finali sarà decisamente più lenta e progressiva. Gli esperti del settore ricordano che i listini della rete stradale e autostradale non si adeguano mai in tempo reale alle oscillazioni del mercato finanziario del “crude oil” per una serie di motivi strutturali.
Le compagnie petrolifere e i distributori stanno attualmente immettendo sul mercato carburanti raffinati acquistati e lavorati nelle settimane passate, quando le quotazioni del petrolio erano ancora elevate a causa dei rischi geopolitici. Prima che il calo della materia prima si trasferisca alla produzione e alla distribuzione, devono essere smaltite le vecchie scorte.
È una dinamica storica e strutturale del mercato italiano ed europeo. Quando il petrolio sale, i prezzi alla pompa reagiscono come un “razzo” per coprire immediatamente i costi di sostituzione del prodotto; quando il petrolio scende, i prezzi calano con la leggerezza di una “piuma”, poiché i margini della filiera tendono a riassorbire la fluttuazione più lentamente.
Oltre il 50-60% del prezzo finale di un litro di benzina o diesel in Italia è composto da tasse (Iva e accise). Poiché queste componenti sono in gran parte fisse e non dipendono dal valore del petrolio, l’impatto reale di un crollo del greggio sul prezzo finale percepito dal cittadino risulta fortemente ammortizzato.
A complicare il quadro per le tasche degli italiani si aggiungono le valutazioni di politica interna. Il taglio temporaneo delle accise introdotto dal governo per mitigare i prezzi alle stelle scadrà all’inizio del prossimo mese.
Con il greggio in picchiata e lo sgonfiarsi dell’emergenza internazionale, l’esecutivo sta valutando seriamente lo stop definitivo agli sconti fiscali sui carburanti. Se le agevolazioni non verranno prorogate, il potenziale risparmio derivante dal crollo del petrolio potrebbe essere interamente azzerato dal ritorno delle accise piene.
Le prossime giornate di contrattazione e le decisioni di Palazzo Chigi saranno decisive per capire se la svolta di pace in Medio Oriente si tradurrà in un reale sollievo per i bilanci delle famiglie italiane.
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