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Trump: “Difendere Taiwan? Non abbiamo bisogno di un’altra guerra a 15.000 km di distanza”

Last updated: 16/05/2026 6:46
By Redazione 36 Views 6 Min Read
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Il Presidente degli Stati Uniti ha annunciato che la Cina comprerà 200 aerei dalla Boing. Ma dalla Cina non confermano

Si è conclusa la visita di due giorni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump a Pechino, un momento che “passerà alla storia”, come ha riferito Trump stesso in un’intervista a Fox news. Tuttavia, come commentano diverse testate statunitensi, nonostante la portata degli annunci non sarebbe emerso nessun cambiamento significativo nelle relazioni tra i due giganti, a partire dai temi economici.

Nel viaggio di ritorno a bordo dell’Air Force One Trump si è rifiutato di dire se gli Stati Uniti avrebbero difeso Taiwan da un’invasione cinese. “Non voglio dirlo. C’è solo una persona che lo sa. Sapete chi è? Io”. Trump ha aggiunto che Xi gli aveva posto la stessa domanda durante le loro conversazioni e che lui aveva dato la stessa risposta. “Ho detto: non parlo di queste cose”.

Trump poi ha ripetuto ai giornalisti che la Cina aveva accettato di acquistare 200 Boeing, aggiungendo che c’era “la promessa” di acquistarne altri 750 “se faranno un buon lavoro con i 200”. Né Boeing né i cinesi hanno confermato l’accordo.

E ha poi detto di aver discusso “in dettaglio” con Xi della vendita di armi a Taiwan, ma non ha specificato se avesse deciso di dare il via libera a un accordo da 14 miliardi di dollari per la fornitura di armi, la cui approvazione la sua amministrazione aveva finora sospeso per evitare di irritare la Cina. “Prenderò delle decisioni. Ma, sapete, credo che l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno in questo momento sia una guerra a 9.500 miglia di distanza”.

Grande assente – almeno stando alle veline ufficiali dei due Paesi – il ‘Progetto Tanbreez’: situato nella Groenlandia meridionale, si tratta di uno dei più grandi giacimenti di terre rare al mondo, tra i motivi per cui a gennaio l’amministrazione Trump ha insistentemente cercato di annettere l’isola per rispondere a “questioni di sicurezza nazionale”. La corsa all’accaparramento di terre rare – indispensabili per la produzione di veicoli elettrici, sistemi di difesa, transizione verde e altre tecnologie avanzate – è uno dei principali terreni di scontro tra Washington e Pechino, e la scorsa settimana si è registrata una novità importante sul mercato minerario: il governo della Groenlandia ha acconsentito a cedere il 70% delle quote della 60° North Greenland Aps – la compagnia locale che gestisce le procedure di trivellazione di precisione e i progetti estrattivi – al colosso statunitense Critical Metals Corporation.

Nella corsa verso nord, è stata coinvolta anche l’Arabia Saudita: a inizio anno la Critical Metals ha stretto un accordo non vincolante con la Tariq Abdel Hadi Abdullah Al Qahtani & Brothers Company che, come informano diverse testate, prevede una joint venture che consentirà al colosso saudita di raffinare il 25% delle terre rare estratte nell’ambito del Progetto Tanbreez. L’annessione politica della Groenlandia non è avvenuta, ma sembrerebbe che gli Stati Uniti – e con loro Riad – siano comunque riusciti a mettere le mani sulle terre rare, e una settimana dopo Trump è volato a Pechino.“Abbiamo raggiunto importanti intese comuni sul mantenimento di legami economici e commerciali stabili, sull’ampliamento della cooperazione pratica in vari settori e sulla gestione adeguata delle reciproche preoccupazioni” si è limitato ad affermare il presidente cinese Xi Jinping. Non è chiaro quindi se il Progetto Tanbreez sia stato mensionato, mentre ben poco è stato divulgato sugli accordi economici siglati.

Quanto alla crisi energetica derivante dalla guerra in Medio oriente, Trump ha ottenuto che Xi ribadisse la necessità di “mantenere aperta la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz”. Tuttavia, questa è stata da subito la posizione assunta da Pechino. La Cina è un alleato dell’Iran, da cui dipende per le forniture di petrolio, vitali per l’enorme economica cinese, ma il governo di Pechino resta fermo nel mantenere una postura di cauta mediazione diplomatica. Sul tema, neanche la Cina può dire di aver ottenuto grandi progressi: restano in stallo i colloqui tra Washington e Teheran per un accordo complessivo che consenta una pace duratura e la piena riapertura di Hormuz, dopo il “no” della Casa bianca all’ultima bozza presentata dalla Repubblica islamica.

Fonte Agenzia Dire www.dire.it di Alessandra Fabbretti

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