Con una decisione storica che infligge una pesante battuta d’arresto all’agenda sull’immigrazione della Casa Bianca, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha confermato la validità dello ius soli. I giudici di Washington hanno respinto il tentativo del presidente Donald Trump di limitare la cittadinanza per diritto di nascita, blindando il principio secondo cui quasi chiunque nasca sul suolo americano è automaticamente un cittadino statunitense.
La sentenza, arrivata nell’ultimo giorno di sessione della Corte con una maggioranza di 6 voti contro 3, dichiara incostituzionale l’ordine esecutivo firmato da Trump nel primo giorno del suo secondo mandato. Il decreto presidenziale imponeva alle agenzie federali di non riconoscere la cittadinanza ai figli nati negli Stati Uniti se nessuno dei due genitori fosse cittadino americano o residente permanente legale (titolare di green card).
La difesa della Costituzione e il verdetto di Roberts
A redigere la sentenza della maggioranza è stato il presidente della Corte Suprema, il conservatore John Roberts, il quale ha ribadito che la direttiva presidenziale violava apertamente il testo e lo spirito del 14° Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti.
«La cittadinanza, allora come oggi, è il diritto ad avere diritti, a partecipare liberamente alla nostra comunità politica», ha scritto Roberts nella motivazione, ricordando come i padri fondatori che ratificarono il 14° Emendamento nel 1868 – all’indomani della Guerra Civile – volessero estendere tale promessa a ogni persona nata libera nel Paese, superando le “odiose” discriminazioni del passato (come la storica e controversa sentenza Dred Scott del 1857 che negava i diritti ai neri). «Noi oggi manteniamo quella promessa», ha concluso il giudice capo.
L’orientamento della Corte era già emerso parzialmente durante le udienze di aprile, quando sia i giudici progressisti sia diversi membri della stessa ala conservatrice avevano espresso forti dubbi sulla legittimità costituzionale del decreto, nonostante Trump avesse presenziato di persona in aula per sottolineare l’importanza politica del provvedimento.
Spaccature e reazioni
I tre giudici dissenzienti hanno espresso una dura posizione contraria. In particolare, il giudice Samuel Alito ha definito la decisione «un grave errore», descrivendo il caso come uno dei più determinanti della storia recente del tribunale. Da parte sua, Donald Trump ha espresso il proprio dissenso condividendo sulle sue piattaforme social articoli che suggeriscono la ricerca di vie legislative o statutarie alternative per aggirare la sentenza e limitare lo ius soli.
La decisione odierna conferma oltre un secolo di giurisprudenza consolidata, radicata nel celebre precedente del 1898 (Stati Uniti contro Wong Kim Ark), in cui si riconobbe la cittadinanza nativa al figlio di immigrati cinesi nato in California.
Per l’amministrazione Trump si tratta della seconda grande bocciatura da parte della Corte Suprema nel 2026, dopo lo stop ricevuto a febbraio sulla massiccia introduzione dei dazi commerciali globali. La pronuncia odierna mette di fatto la parola fine, per via giudiziaria, a uno dei pilastri più radicali e discussi della stretta migratoria promessa dal presidente.
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