Non è stata la solita sfilata della memoria, né una commemorazione di sole parole e passerelle istituzionali. Il 34° anniversario della strage di Capaci — che nel 1992 strappò alla vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo — è stato segnato da un fuori programma di forte impatto politico e sociale.
Alla partenza del corteo popolare organizzato dalla CGIL Palermo, insieme ad altre realtà del mondo associazionistico (tra cui le Agende Rosse, la Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato e Our Voice), si è registrata la partecipazione improvvisa e calorosa del magistrato Nino Di Matteo.
L’ex pm del processo Trattativa Stato-mafia e attuale sostituto procuratore alla Direzione Nazionale Antimafia è comparso davanti al Palazzo di Giustizia, punto di inizio della manifestazione diretta verso il celebre Albero Falcone in via Notarbartolo. Accolto da lunghi applausi della folla e dei manifestanti, Di Matteo ha voluto lanciare un segnale netto in una giornata cruciale per la memoria collettiva della città.
Un attacco frontale contro le riforme e il “silenzio di Stato”
Il duro intervento del magistrato, pronunciato proprio nei momenti caldi che hanno preceduto l’avvio della marcia, ha subito delineato la distanza tra l’antimafia sociale e le cerimonie formali della mattinata. Di Matteo ha espresso parole di forte preoccupazione per l’attuale impianto della legislazione antimafia, richiamando l’attenzione sui rischi di un progressivo indebolimento degli strumenti di contrasto ideati a suo tempo proprio da Giovanni Falcone.
“Non si può ridurre la mafia a una questione di piccola criminalità organizzata, ignorando i legami stabili e profondi che questa stringe con i sistemi di potere politico e affaristico.”
Sotto gli striscioni del corteo che recitavano “Fuori la mafia dallo Stato” e “Basta silenzi e depistaggi”, il discorso del procuratore ha dato voce alla frustrazione di chi denuncia il rischio di una “normalizzazione” del fenomeno mafioso. Un intervento che ha apertamente criticato l’atteggiamento della politica che, a detta dei movimenti in piazza, rischia di limitarsi alle sole sfilate retoriche del 23 maggio, portando avanti nel resto dell’anno riforme legislative che minano l’efficacia del lavoro dei magistrati più esposti in prima linea.
Una piazza in cerca di verità
La presenza di Nino Di Matteo ha cementato il legame tra una parte della magistratura e quel pezzo di società civile che da anni chiede che si faccia piena luce sulle zone d’ombra, sulle complicità istituzionali e sui depistaggi che ancora avvolgono le stragi del 1992.
Il corteo della CGIL e delle associazioni ha così sfilato per le vie di Palermo con un carico di tensione ideale e civile altissimo, culminato alle ore 17:58 sotto l’Albero Falcone, dove la città si è fermata in un minuto di silenzio per ricordare l’istante esatto in cui il tritolo distrusse l’autostrada a Capaci. Ma quest’anno, grazie anche alle parole di Di Matteo, quel silenzio ha avuto il sapore di una forte e vibrante protesta.
Il video dalla pagina Facebook della CGIL Palermo
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