Di fronte alla nuova impennata dei prezzi dei carburanti e alla crescente pressione economica su famiglie e imprese, la Commissione Europea fa un passo di lato sulla possibilità di coordinare un prelievo fiscale uniforme a livello comunitario sulle grandi compagnie petrolifere. Rispondendo all’appello congiunto promosso da sei Paesi membri — tra cui Italia, Germania, Spagna, Austria, Portogallo e Polonia —, l’Esecutivo di Bruxelles ha chiarito che gli Stati dispongono già degli strumenti giuridici necessari per intervenire a livello nazionale.
La richiesta dei sei Paesi membri
La controversia nasce dalla lettera inviata nei giorni scorsi alla presidenza di turno irlandese del Consiglio dell’Unione Europea da parte dei ministri delle Finanze di sei Paesi del blocco. I governi firmatari chiedevano l’inserimento formale del dossier all’ordine del giorno della prossima riunione informale dell’Ecofin, prevista per metà settembre a Dublino.
L’iniziativa puntava a definire un quadro normativo e fiscale comune a livello UE per colpire i profitti straordinari accumulati dal settore petrolifero. Secondo le stime richiamate nella lettera, a fronte di un aumento del petrolio greggio contenuto nell’ordine del 25%, i prezzi di diesel e benzina alla pompa hanno registrato incrementi disproportionati (con picchi di oltre il 70% per alcuni distillati), segnalando una netta dilatazione dei margini di raffinazione e distribuzione.
I Paesi promotori sottolineavano l’esigenza di evitare frammentazioni nel mercato unico e prevenire strategie di elusione contabile da parte delle multinazionali energetiche, spesso in grado di trasferire gli utili verso giurisdizioni a fiscalità più favorevole.
La posizione della Commissione Europea
La risposta da Bruxelles non si è fatta attendere. Un portavoce della Commissione europea ha ribadito che la leva fiscale in materia di profitto d’impresa rientra primariamente nelle competenze sovrane dei singoli governi nazionali:
«La tassazione degli extraprofitti è di competenza degli Stati membri, che possono agire sulla base della legislazione nazionale. Gli Stati possono già avvalersi dei propri poteri fiscali per affrontare i costi in termini di equità sociale e progettare misure di prelievo sui profitti eccedenti, come già indicato nel quadro strategico AccelerateEU del 22 aprile scorso.»
Bruxelles ha comunque assicurato che continuerà a monitorare il corretto funzionamento del mercato unico e a fornire assistenza tecnica ed evidenze sui margini di raffinazione, lasciando tuttavia la responsabilità politica e legislativa dell’introduzione del tributo interamente in capo alle capitali nazionali.
Il dibattito politico in Italia
La precisazione giunta dalla Commissione ha immediatamente riacceso lo scontro politico in Italia:
- Le opposizioni: I partiti di minoranza sostengono che la presa di posizione di Bruxelles elimini qualsiasi alibi per il Governo italiano. Viene richiesto un intervento immediato sulla falsariga delle misure temporanee introdotte nel 2022, destinando il gettito a sussidi diretti contro il caro-vita e al taglio strutturale delle accise.
- Il Governo e la maggioranza: Dalle fila dell’esecutivo si evidenzia la complessità tecnica di formulare una tassa nazionale che resista ai ricorsi legali e non generi distorsioni di mercato o contrazioni negli investimenti nella transizione energetica, motivo per cui l’Italia aveva preferito sostenere la via di una cornice europea armonizzata.
Le prospettive verso il vertice di Dublino
Nonostante la freddezza della Commissione su una direttiva prescrittiva immediata, il tema rimarrà al centro delle discussioni dell’Ecofin di settembre a Dublino. Gli Stati promotori intendono comunque richiedere la pubblicazione dei dati dettagliati sull’indagine europea relativa ai margini delle raffinerie, elemento ritenuto conoscitivo e fondamentale prima di procedere con nuovi decreti fiscali nazionali.
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