Trentacinque anni dopo, Libero Grassi continua a commettere un errore imperdonabile: ci ricorda che la mafia non è soltanto quella che spara.È quella che comanda.
E il comando, oggi, raramente arriva dal vicoletto. Arriva dal Palazzo. Passa dal protocollo. Non serve la valigetta: può bastare la determina.
Per decenni abbiamo presidiato una sola frontiera. Guardavamo chi entrava: il denaro sporco che varcava il confine dell’economia pulita, si travestiva, veniva riciclato.
Abbiamo costruito antiriciclaggio, tracciabilità, controlli. Ma la corrente può scorrere anche al contrario.Può essere il denaro pulito a lasciare le casse dello Stato già asservito, già promesso, già consegnato a una destinazione che nessun atto dichiara.Un fondo europeo. Una misura per le imprese. Una linea per la rigenerazione urbana.Ogni euro pubblico nasce con una destinazione impressa nella legge: è la sua causa, la ragione per cui viene affidato al potere pubblico.
Deviare quel corso significa tradirne la destinazione. È il furto senza sottrazione.Il vecchio bottino veniva murato in un doppio fondo. Il nuovo sale sul palco, riceve gli applausi e taglia il nastro tricolore.Non chiede un nascondiglio. Chiede un fotografo. E la rendicontazione può essere impeccabile. Certifica che il denaro è stato speso. Non certifica che abbia servito la finalità per cui era stato stanziato, né che non sia diventato il cemento con cui si consolida un circuito di potere.I conti tornano.
È il Paese che non torna.Il diritto amministrativo conosce da oltre un secolo il nome di questa frattura tra potere e finalità: sviamento di potere.
È il potere che conserva la forma dell’autorità e tradisce la propria causa; il provvedimento che appare esercizio della funzione ma insegue un fine diverso da quello per il quale quella funzione è stata attribuita.
Inaugurando l’anno giudiziario 2026, il presidente della Corte dei conti ha segnalato l’aumento delle condotte dolose di distrazione di contributi e finanziamenti pubblici, europei, statali e regionali, anche a valere sul PNRR, descrivendole come sviamento dalle finalità per le quali quei fondi erano stati erogati, con frequenti profili di corruzione.
Nello stesso anno le Procure regionali hanno ricevuto oltre quarantottomila denunce di danno.
Perché non sempre occorre truccare la contabilità. Può bastare governare la destinazione.Il bando diventa allora un abito sartoriale. Si prende il metro sul corpo del vincitore, si cuce addosso e poi lo si espone in vetrina come taglia unica.Requisiti su misura. Termini invalicabili per chi non conosceva già la strada. Criteri che descrivono il beneficiario prima ancora di selezionarlo.
E i numeri raccontano dove si annida la convenienza. Nel 2025 il mercato dei contratti pubblici ha superato i trecento miliardi e il novantacinque per cento delle acquisizioni di servizi e forniture è passato per affidamento diretto.
Ma il dato che dovrebbe togliere il sonno è un altro: gli affidamenti collocati appena sotto la soglia dei centoquarantamila euro, quella che consente di evitare il confronto competitivo, sono passati da millecinquecento nel 2021 a quasi quattordicimila nel 2025.
Quando l’eccezione si concentra a ridosso della soglia, smette di essere soltanto un dato statistico. Diventa un segnale. Perché il potere non si misura soltanto in miliardi. Si misura in decisioni.
Ed è qui che la contabilità tradizionale diventa cieca.
Esiste un bilancio per gli euro. Non esiste un bilancio per le gratitudini.
Il sistema più evoluto può persino non avere bisogno di rubare.Produce qualcosa di meno visibile e più durevole: incarichi, proroghe, consulenze, carriere, fedeltà, silenzi.
A quel punto non si ricicla più soltanto il denaro. Si ricicla la firma.
Il denaro sporco deve essere lavato. La decisione infedele deve soltanto essere timbrata. E l’atto contrario alla funzione non ha necessariamente bisogno di nascondersi: può bastargli una motivazione apparente, la menzogna rivestita della forma solenne del provvedimento.
Ciascuno conferisce ciò che possiede. Il politico l’indirizzo e il consenso. Il funzionario la padronanza della procedura, che è il vero potere invisibile della Repubblica. Intorno, la rete delle relazioni, delle appartenenze, delle convenienze.
Non occorre che ogni segmento, isolatamente considerato, integri un reato. È la loro combinazione a poter deformare l’amministrazione. Non è più soltanto infiltrazione. È coabitazione. Ed è più insidiosa proprio perché può assumere l’aspetto della normalità. Non si sfondano le porte quando si possiedono le chiavi. Non occorre che tutti siano mafiosi. Basta che abbastanza persone sappiano quale pratica deve correre e quale deve invecchiare, quale porta non va aperta e davanti a quale nome convenga abbassare la voce.
Quando il denaro pubblico si converte in capitale politico, il capitale politico in consenso e il consenso in nuovo potere di firma, il circuito si chiude.Una macchina che si alimenta con ciò che dovrebbe amministrare.Immacolata nella forma. Predatoria negli effetti.
A quel punto il problema smette di essere soltanto penale. Diventa costituzionale. Perché viene aggredito il presupposto stesso dell’articolo 97 della Costituzione: la funzione non appartiene a chi la esercita. Appartiene alla collettività.
Chi detiene un potere pubblico ne è soltanto custode temporaneo, vincolato alla legge e al suo scopo.La legge è uguale per tutti. L’orologio no.
Ed è così che l’imparzialità non muore necessariamente con un grande scandalo. Muore per attrito. Una pratica alla volta. Un diritto consumato alla volta.
Da questo logoramento nasce la moneta più conveniente mai coniata: il favore.Chi ottiene come favore ciò che gli spettava per diritto entra nell’ufficio da titolare ed esce da beneficiario. Ha il documento in mano. E un’obbligazione che nessuno ha scritto. Chi paga il pizzo almeno sa di essere vittima. Chi riceve il favore crede di essere fortunato. È la sudditanza nella sua forma perfetta. Quella che non protesta.Ringrazia.
A quel punto nessuno domanda più: ne ho diritto?Domanda: chi conosco? Ed è in quella sostituzione che una democrazia comincia a cedere.
L’articolo 323 del codice penale è stato abrogato e la Corte costituzionale non ha censurato la scelta. Questo chiude una fattispecie penale. Non chiude la questione istituzionale.
La fattispecie incriminatrice segna la soglia dell’intervento punitivo, non il perimetro dell’etica pubblica, dell’imparzialità amministrativa o del vincolo di scopo. Ciò che non è reato non diventa, per questo solo fatto, giusto.E ciò che supera il vaglio della legalità formale non diventa automaticamente imparziale.Il conto, del resto, è stato presentato dalla stessa Corte dei conti: dopo quasi sei anni di scudo erariale non esiste alcuna evidenza di benefici in termini di celerità o di efficienza dell’azione amministrativa.Il funzionario affrancato da una specifica minaccia penale non è stato affrancato dal vincolo di scopo, dal dovere di imparzialità, dalla responsabilità amministrativa, contabile e disciplinare.
E il politico non ha ricevuto in dono l’amministrazione. Il potere non è una proprietà. È una funzione. L’arroganza del potere, com’è noto, comincia nel momento in cui chi lo esercita dimentica di essere provvisorio. Ed è allora che si compie il rovesciamento più osceno: i mammasantissima non hanno più bisogno di sfidare lo Stato, perché possono amministrarlo, forti del ruolo che ricoprono e delle risorse pubbliche che maneggiano.Talvolta al metodo mafioso basta indossarne la fascia.
La mafia storica esigeva il pizzo dall’impresa. La degenerazione clientelare del potere pretende qualcosa di ancora più pervasivo: che l’impresa diventi cliente e il cittadino postulante. La prima aveva bisogno della minaccia. Alla seconda basta una firma. Spesso le basta non firmare. Perché il silenzio può diventare la forma amministrativamente più elegante della violenza: non spezza le ossa. Spezza il tempo. E insegna al cittadino che, senza mediazione, anche un diritto può marcire dentro un fascicolo. A chi attende un’autorizzazione, a chi aspetta una graduatoria, a chi chiede soltanto che la stessa norma venga applicata nello stesso modo, viene consegnato il medesimo messaggio. Mai scritto. Perfettamente compreso: da soli non siete nessuno.
È contro questa grammatica che Grassi si ribellò. Ed è per questa grammatica che fu ucciso.
Il cittadino libero non deve essere riconoscente al potere: deve poterlo controllare. Non deve chiedere protezione: deve avere diritti. Non deve cercare padrini: deve trovare istituzioni. Perché la mafia non vince quando prende il denaro. Vince quando prende la decisione.
Che non sia un allarme letterario lo dicono i registri della Procura europea: alla fine del 2025 le indagini attive in Italia erano quasi mille, per un danno stimato in oltre ventotto miliardi, e più di trecento riguardavano il PNRR. In un solo anno, in Europa, le frodi sui fondi della ripresa sono cresciute di due terzi.Il denaro doveva ricostruire il Paese. In troppi casi sta ricostruendo altro.Ieri bisognava far sembrare lecito ciò che nasceva illecito.
Oggi il pericolo può essere più sottile: piegare a interessi particolari ciò che nasce perfettamente lecito.Una legge. Un bando. Una graduatoria. Un’autorizzazione. Una firma. Un fondo europeo.Non serve sottrarre il denaro. Basta catturarne la destinazione.
Libero Grassi, allora, non è soltanto un nome. È una sentenza ancora da eseguire.
La libertà consiste nel non dover chiedere permesso. Nel non dover conoscere nessuno. Nel non dover promettere nulla. E soprattutto nel non dover ringraziare nessuno per ciò che era, ed è, già nostro. Libero.Liberi.

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