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La grande epurazione di Viale Mazzini: da Biagi e Santoro a Ranucci, l’eterno algoritmo della censura di Stato. «Condurrò la battaglia più importante della mia vita per la libertà di stampa»

Autore: Sergio Cirlinci Visualizzazioni: 151 Tempo di lettura: 8 Pubblicato il: 29/08/2026
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Di cosa è capace il potere politico quando scambia una redazione per un centralino di partito? Di trasformare l’ultimo baluardo del giornalismo d’inchiesta in una succursale innocua e addomesticata.

Alla fine il capolavoro politico si è compiuto: la testa di Sigfrido Ranucci è servita sul piatto d’argento. L’ordine di servizio dei burocrati di Viale Mazzini ha la precisione chirurgica dei decreti d’emergenza e il retrogusto stantio della solita vendetta di palazzo.

Fuori il conduttore storico, dentro la coppia Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi. Un tandem calato dall’alto che nelle intenzioni della dirigenza dovrebbe “rinnovare nel segno dell’esperienza”, e che invece ha ottenuto un solo, immediato risultato: l’insurrezione della redazione e il disgusto di chi credeva che il servizio pubblico potesse ancora prescindere dagli ordini della maggioranza.

Niente di nuovo sotto il sole d’Italia. Il “metodo Rai” ha una memoria storica di ferro quando si tratta di far tacere le voci sgradite all’esecutivo di turno. È la replica sbiadita di una prassi ormai consolidata nel codice genetico di Viale Mazzini:

L’Editto Bulgaro (2002): La matrice di tutte le epurazioni moderne. Correva l’anno 2002 quando l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, in diretta da Sofia, accusò Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi di fare un «uso criminoso della televisione pubblica».

Il risultato? Tre dei volti più autorevoli e liberi della TV spazzati via dai palinsesti Rai con un tratto di penna governativo.

La scure su Raiot (2003): Bastò una sola puntata a Sabina Guzzanti per vedersi chiudere il programma dalla Rai. Sotto la pressione della maggioranza di centrodestra, la satira politica venne bollata come “inaccettabile” e la trasmissione cancellata a velocità record.

Oggi la storia si ripete con una sconfortante regolarità. Cambio di governo, stesse manovre di palazzo.

Nel caso di Ranucci, il pretesto è arrivato con un fiocco grottesco: le rivelazioni e i contatti con Valter Lavitola, l’ex faccendiere dell’era berlusconiana, trasformato d’incanto da fonte ad arma da lancio.

Non importa che la Procura non abbia mosso un’accusa formale nei confronti del giornalista; per l’apparato politico è bastato il pretesto per azionare il tritacarne mediatico e pretenderne la rimozione.

L’uomo che per quasi un decennio ha affrontato querele temerarie, intimidazioni e minacce si ritrova liquidato con il classico benservito aziendale: la solita e patetica tripla offerta “di consolazione”, vicedirezione ad personam al Tg3, consolato a RaiNews, o una comoda poltrona da corrispondente all’estero.

La traduzione istituzionale di un semplice: prendi la mancia e sparisci.

Ma Ranucci non ha intenzione di fare il pensionato di lusso. La risposta del giornalista è stata una mazzata: «Al mio posto scelte due persone che mortificano la storia di Report». E poi il guanto di sfida: «Non è un addio. Condurrò la battaglia più importante della mia vita per la libertà di stampa».

Il piano di Viale Mazzini era lineare, decapitare la conduzione, inserire volti interni per simulare una transizione morbida ed evitare il polverone.

Peccato che l’operazione si sia scontrata con la reazione incompatibile della squadra di lavoro.

La redazione di Report, rifiutando la messinscena, ha lanciato un ultimatum senza precedenti: la nomina di Presutti e Piervincenzi è «completamente irricevibile e non rappresentativa della storia del programma». E la minaccia è chiarissima: l’abbandono in blocco della trasmissione.

Volevano silenziare e normalizzare la squadra dell’inchiesta; rischiano di ritrovarsi in mano una scatola vuota che andrà in onda con le solite repliche di cortesia.

Accanirsi su Report significa colpire l’unico programma capace negli ultimi anni di garantire costantemente una media del 9% di share, sostenendo da solo il bilancio editoriale e l’identità di un’intera rete come Rai3.

Ma la logica industriale e la qualità giornalistica, quando scontrano le mire dell’occupazione di potere, vengono regolarmente accoltellate alle spalle.

Meglio collezionare dati d’ascolto deludenti con programmi d’approfondimento “addomesticati” piuttosto che sopportare un microfono acceso sui misteri dei Palazzi del potere.

Mentre la dirigenza si esercita nel tiro al bersaglio contro l’unico giornalismo d’inchiesta rimasto a turbare i sogni dei potenti, gli italiani fanno quello che la politica non può controllare, cambiano canale.

I dati di ascolto dell’estate si trasformano in una sentenza impietosa, Mediaset stacca la Rai in tutte le fasce, spinta da un palinsesto vivo contro una Viale Mazzini imbalsamata tra sport senza esclusive e dosi industriali di repliche ammuffite.

In questa disfatta editoriale, Report rappresentava l’ultimo miracolo contabile: una media del 9% di share capace di tenere in piedi, da sola, le macerie di una Rai3 svuotata d’anima e d’ascolti.

Ma la logica aziendale, quando incontra l’ideologia di regime, viene regolarmente accoltellata alle spalle.

Meglio collezionare flop storici con i “giornalisti amici” posizionati nei soliti programmi contenitore piuttosto che tollerare un microfono acceso sui misteri di Palazzo.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti, la Rai cede il passo al biscione, distrugge i propri marchi di fabbrica e trasforma il servizio pubblico nell’ombra di sé stesso.

Il dramma vero, tuttavia, supera le mura di Viale Mazzini.

Il segnale che si lancia al Paese è devastante, la libertà d’informazione viene trattata come un reato di lesa maestà, e il rigore d’inchiesta come una colpa da punire.

Quando la politica legittima e premia la normalizzazione, legittima anche un messaggio molto più strisciante e pericoloso per chiunque faccia questo mestiere fuori dai riflettori.

Chi sta nei Palazzi manda a dire a direttori, editori e cronisti, anche di provincia, che indagare non conviene, che rompere il silenzio costa caro e che chi dà voce ai cittadini contro le inefficienze del potere rimane sempre e comunque solo.

In un clima simile, l’intolleranza per il dissenso smette di essere una dinamica aziendale e diventa una condanna al silenzio per l’intera società.

Hanno fatto il deserto nel servizio pubblico, che rischia di espandersi a macchia d’olio anche in altre realtà e continuano ostinatamente a chiamarlo “pluralismo”.

Se l’Italia si trova al 56° posto nella classifica mondiale della libertà di stampa del 2026, rientrando in una categoria considerata “problematica”, classifica redatta da Reporters sans frontières, una motiviziane ci sarà pure. Ad Maiora

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