C’è un momento preciso in cui un’irregolarità smette di essere un’infrazione e diventa sistema.
Non accade quando viene scritta una nuova legge, né quando un’autorità prevarica formalmente i propri poteri. Accade molto prima, nel silenzio di chi guarda, capisce e sceglie di non dire nulla.
Quando un cittadino, un dipendente o un utente accetta passivamente un’imposizione che travalica le procedure di legge, sta compiendo una scelta politica e morale ben precisa.
Rimanere in silenzio per timore reverenziale, per paura di esporsi o per la comoda convinzione che “debba pensarci qualcun altro” significa tracciare una linea di confine e segnala a chi sta violando le regole che la strada è libera.
La legittimazione per assenza
Chi opera al di fuori delle norme o altera i processi per proprio conto calcola costantemente il rischio.
Misura la reazione del contesto. Se di fronte all’evidenza di un abuso l’unica risposta è il mormorio da corridoio o un timido dissenso che non si traduce mai in un’azione formale, chi prevarica ne trae un’unica conclusione logica, ha il consenso di fatto per continuare.
In questo scenario si verifica un paradosso crudele. Chi viola le regole finisce per aver ragione.
Non una ragione giuridica, ovviamente, ma una ragione di fatto.
Se una comunità rinuncia a difendere le garanzie che la tutelano, dimostra che quelle garanzie non le interessano el’abuso trova la sua legittimazione non nel diritto codificato, ma nell’inerzia di chi lo subisce.
Così facendo, chi detiene il comando non solo si sente pienamente autorizzato a fare di tutto e di più, spingendosi ben oltre i limiti consentiti, non risponde alle istanze dei cittadini e si concede perfino il “lusso” dell’arroganza, quella di liquidare qualsiasi malumore negando le evidenze o dicendo apertamente che, se le cose stanno così e non piacciono, si può benissimo rimanere a casa o farsi da parte. È la beffa suprema che nasce dalla resa di tutti.
Ma la vera deresponsabilizzazione è il vero motore della decadenza civile.
Il ragionamento per cui spetterebbe sempre a qualcun altro esporsi, al collega più coraggioso, al vicino di casa, all’organo di controllo o al giornalista di turno, ottiene come unico risultato l’isolamento di quei pochissimi che provano a prendere la parola.
Anzi, persino tra chi legge, si informa ed è perfettamente consapevole delle ingiustizie in atto, sono drammaticamente pochi quelli che intervengono o prendono posizione, anche solo per sostenere e rafforzare il discorso di chi ha avuto l’ardire di esporsi.
Chi tace o osserva da spettatore non è neutrale, è il pilastro su cui si regge l’arbitrio altrui.
Al contrario, chi trova il coraggio di parlare e di esporsi in prima persona meriterebbe solo di essere ringraziato, anche perchè non agisce mai per un tornaconto personale, ma per la tutela di una garanzia collettiva, mettendoci la faccia anche per chi sceglie di restare in silenzio.
Le procedure amministrative e i principi di legalità non sono concetti astratti o formalismi burocratici: sono gli unici scudi a protezione del più debole. Permettere che vengano aggirati senza opporre resistenza significa svuotare di senso il concetto stesso di cittadinanza, riducendosi al ruolo di sudditi.
Il lamento sterile è la cifra di chi vuole i benefici della legalità senza pagarne il prezzo in termini di impegno.
Un sistema che opera in modo scorretto non si auto-correggerà mai per senso di colpa, ma continuerà ad allargare i propri confini finché non troverà un ostacolo concreto.
Se davanti all’evidenza dei fatti ci si limita a scrollare le spalle o a sottomettersi al timore e al potente di turno, si perde qualsiasi titolo per definirsi vittime diventando complici. “Se taci sei complice”
Quando la rassegnazione prende il posto della responsabilità, le condizioni in cui si versa smettono di essere un’ingiustizia subito, ma diventano esattamente l’ambiente in cui si è scelto di vivere e di meritare. Ad Maiora

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