Dalla sanità ai servizi “Commenti sull’aspetto”, “Baci e palpate”, “Ricatti” “Non mi hanno creduta…”
“Sento quotidianamente giudizi sull ’aspetto fisico delle donne”.
“Una collega è stata toccata più volte, alzandole la gonna”. “Un medico ha molestato alcune infermiere senza che per mesi venisse segnalato. È stato necessario che ci andasse di mezzo un paziente…”.
Sono solo tre delle testimonianze raccolte dall’indagine di Funzione Pubblica Cgil per analizzare la diffusione di violenze e molestie nei Servizi e nella Amministrazione pubblici.
I dati forniscono una panoramica sulla percezione della sicurezza, sulle difficoltà nel denunciare e
sull ’efficacia della prevenzione.
Circa 1200 segnalazioni da tre comparti, funzioni centrali, locali e sanità pubblica: ovunque, il timore di ripercussioni in caso di denuncia oscilla tra il 6,7 e il 6,9 su 10.
Non si conosce poi il Codice per la prevenzione della propria amministrazione (73%) nè l’esistenza esistenza della Consigliera di Parità (60%).
La correlazione tra posizioni di potere e abuso è valutata tra il 70 e l’85%.
“Il mio superiore fin dal primo momento ha cercato di screditarmi come professionista sostenendo che non avessi sufficiente esperienza.
Mi ha chiesto se volessi altri figli, ha cercato di acquisire informazioni sulla mia vita personale, se fossi sposata e se avessi concepito prima o dopo la convivenza”.
Molte testimonianze arrivano dal campo medico. “Lavoro in un ambiente con personale prevalentemente maschile, ogni giorno qualsiasi cosa faccia viene messa in dubbio.
Spesso senza motivo, facendomi sentire incompetente e inadeguata”.
C’è violenza: “Un collega si è arrabbiato con una collega e ha dato un pugno all’armadio della stanza”. Ricatto: “Se le studentesse vogliono buone valutazioni viene fatto intendere che devono acconsentire a palpatine e provocazioni”.
Ci sono “battute sui vestiti indossati dalle donne” e “abbracci senza permesso”. “Sono stata toccata alla pancia e quando ne ho parlato sono stata derisa”.
C’è spogliatoio: “Ho assistito a violenza verbale di un collega verso una collega. Il capo è intervenuto
per sedare, poi di fronte alla nostra segnalazione ci ha chiesto perché avessimo fatto passare la vittima per carnefice”.
E ancora, proposte di rapporti sessuali: “Non ha accettato, ha subito mobbing al punto di licenziarsi”. O peggio: “Un vice primario mi attaccò al muro e provò a baciarmi contro la mia volontà”. In caso di carinerie respinte?
“Emarginazione, demansionamento e isolamento”.
E colpevolizzazione: “È stato detto che lo stupro delle donne è una reazione alle riunioni contro la discriminazione di genere e in quanto tale è giustificato ”.
Corteggiamenti e richieste vengono usati per trattare ferie e permessi.
Dall ’altro lato, l’omertà. “Una collega è stata molestata durante il turno di notte ma quando ha riportato l’episodio, in dirigenza le è stato detto che senza prove si sarebbe solo fatta terra bruciata.
Condizioni insostenibili, molte finiscono per colpevolizzarsi.
“Un collega mi faceva continui apprezzamenti estetici.
Non riuscivo più a dormire.
Ho risolto adeguando l’abbigliamento alla sua presenza in sede”. “Una collega mi ha raccontato che un suo collega le ha detto ‘me lo fai diventare duro’. Lei temeva di averlo incentivato in qualche modo”.
Fino al bullismo: “Colleghi che gestivano il sistema di posta elettronica avevano associato al mio
profilo una foto pornografica”
“Il report nasce da esigenza di capire quanto gli spazi di lavoro della Pa siano davvero sicuri – spiega la curatrice Camilla Piredda – c’è il pregiudizio diffuso che sia un lavoro facile in un posto sicuro.
Ma problematiche e limiti sono gli stessi del privato, perché legati ai rapporti di potere.
Questo genera una difficoltà nel denunciare per timore di danneggiare la propria carriera ”. La sanità è il settore più critico: “Ci sono più abusi nei confronti del personale, anche a prescindere dal genere. Questo comprova una generale debolezza della la sanità pubblica, che andrebbe invece difesa e potenziata”.
Da ilFattoQuotidiano

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